Mambo

Alejandra Moffat – La nuova frontiera – traduzione Federica Niola

“Il Generale Pinocho era più forte dei pipistrelli e dei vampiri. Sapeva volare, attraversare le gallerie, scalare le montagne e ti divorava in un boccone. Quando papà lo disegnava sul suo taccuino sembrava un’aquila gigantesca.”


Ci sono differenti modi per raccontare la dittatura, diverse angolazioni o sguardi: Alejandra Moffat sceglie di farlo attraverso la voce narrante di Ana, una bambina che con la sorella Julia, di tre anni più grande, e i genitori vive nella foresta.
La loro, quella di Ana e Julia, è una vita che pare essere libera, fatta di giochi inventati, dei disegni sul taccuino del padre, di immaginazione e di un mondo che si sono create o che mamma e papà hanno inventato per loro. Ana e Julia vorrebbero diventare lucciole e hanno paura dell’aquila. Non vanno a scuola e non frequentano nessuno, tranne Monica, la ragazza che si occupa di loro, quando i genitori sono al lavoro.
 


“Le ha raccontato che una volta avevo provato a fare una festa di compleanno, ma mamma aveva dimenticato di consegnare gli inviti; non aveva mai capito se lo aveva davvero dimenticato o se non potevamo avere ospiti.”
 


La loro è una vita fatta di segreti, di cose che non capiscono e che provano a interpretare con l’ingenuità del loro essere bambine
 


“Il mio compito era mettere la mano nel water per recuperare i pezzettini di carta galleggianti mentre Julia faceva la guardia alla porta che lasciavamo socchiusa. Abbiamo scoperto che i fogli dentro le buste erano scritti a macchina e che mamma e papà li strappavano prima di buttarli nell’acqua. Quando sollevavo la mano per mostrare a Julia un pezzo di carta ingiallito che mi era rimasto attaccato alle dita, lei sorrideva trionfante.”
 


Hanno nomi che le rendono invisibili
 

“Hanno detto che fuori di casa dovevo usare nomi […] come Claudia, Fernanda o Carolina. E che dovevamo dare le stesse informazioni a tutti gli estranei. Perché se cambiavamo nome ogni giorno, nessuno ci avrebbe creduto. Quindi i nostri nomi falsi sarebbero stati per sempre Marcela e Andrea. E quelli di mamma e papà: Maria Beatriz e Oscar. Mamma mi ha detto che era importante ricordarseli, quindi li ho ripetuti ad alta voce per una settimana”

 

Poi un giorno la foresta deve essere abbandonata e la famiglia è costretta alla fuga verso la città.

“Quando ho parlato mi hanno zittita tutti e Julia è corsa ad abbracciarmi. Mi ha detto all’orecchio che l’aquila era vicina. Ho pianto perché ero spaventatissima. Papà mi ha detto di fare dei respiri profondi […] L’ho abbracciato forte e sono andata a prendere il mio parka in camera. Non mi hanno lasciato portare nient’altro.”

E qua inizia una nuova vita fatta anche di nuove amicizie, di crescita e di scuola.

Mambo ha la bellezza dello sguardo di una bambina; dell’amore di una famiglia che cerca di proteggere con le parole (un po’ come faceva Benigni ne La vita è bella), con le storie, trasformando il dittatore in un’aquila o storpiandone il nome; del cibo che diventa conforto e abbraccio e di amicizia o sostegno


«Perché tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci protegga. Noi proteggiamo voi due Jorge protegge noi. È la vita, così possiamo tutti vivere tranquilli in una catena di protezione»


E poi c’è il cinema, i film che Ana guarda con Gaston il custode della scuola (personaggio indimenticabile) e con Maria, la sua nuova amica, mentre attende che i genitori la vengano a prendere.


“Era tutto in bianco e nero. Rick era seduto al tavolino di un bar. Aveva lo sguardo perso, sembrava triste e un po’ arrabbiato. Ha chiesto una canzone al pianista che era suo amico. A quell’ora non c’erano altri clienti. Il pianista si è messo a suonare un’altra canzone, che era un po’ più allegra. Rick lo ha interrotto battendo un pugno sul tavolo e gli ha detto che aveva bisogno di ascoltare “quella” canzone […] Il pianista, non troppo convinto di quello che faceva, si è messo a suonarla. Gli occhi di Rick si sono riempiti di lacrime. Ha guardato il suo bicchiere di whiskey e, prima di sospirare di nuovo, si è teletrasportato in un ricordo come se avesse una macchina del tempo.”


Mambo riesce a parlare di dittatura e di resistenza senza esplicitare del tutto ciò che sta succedendo o che è successo. Moffat lasciando il racconto ad Ana ci permette di tenere una mano sugli occhi e velare l’orrore, e così facendo ci regala un romanzo delicato e irresistibile.