Theodor Kallifatides – Voland – traduzione Carmen Giorgetti cima
“La Grecia ha donato al mondo cinquantaduemila parole, così recitava la scritta all’aeroporto di Atene. La Svezia ha donato al mondo la chiave inglese, la scrematrice, la ruota dentata e la zip. E se potessi costruire un mondo nuovo usando le parole greche e gli strumenti svedesi?”
Parto da questa citazione per raccontare il romanzo di Kallifatides, perché a mio parere in queste poche righe è racchiuso molto del senso della sua opera, come (in fondo) lo è anche del suo “Una vita, ancora”, l’altro romanzo che ho letto di questo autore.
Theodor, il nostro protagonista, ovvero lo stesso autore, torna in Grecia per qualche giorno. Lui che greco è, ma che è anche svedese, dato che ormai vive lontano dalla sua terra natale da oltre quarant’anni. In Svezia ha la sua nuova famiglia, in Grecia ha la sua famiglia d’origine. Theodor, quindi, ci racconta un ritorno che però, oltre a essere un riabbracciare i parenti e i suoi luoghi dell’infanzia e della giovinezza, è anche un ripercorrere i ricordi, le differenze tra le sue due patrie e la storia della sua famiglia, del matrimonio dei suoi genitori
“Quante probabilità c’erano che un ragazzo nato nel 1890 a Trebisonda, sulle rive del Mar Nero, in un povero quartiere fuori dalle mura, sposasse una ragazza nata ventiquattro anni più tardi, nel 1914, in un insignificante villaggio nel sud del Peloponneso? Se si guarda la cartina, è subito evidente. Quasi nessuna. Eppure si sposarono e vissero insieme per quasi cinquantaquattro anni.”
ma anche la Storia con la S maiuscola, che ricostruisce in parte leggendo un manoscritto lasciato dal padre ormai morto, in parte ascoltando i racconti della madre, sulla terrazza di casa, davanti a una tazza di “caffè nuovo”.
“Ciò che sapevo è che erano stati leali fra di loro e con noi figli, come meglio avevano potuto. Mamma lo esprimeva a modo suo. “Tuo padre non mi ha mai detto: spostati e fammi passare. E voi figli venivate sempre per primi. Antonia, mi ripeteva sempre, abbi cura dei ragazzi come dei tuoi occhi!”
Kallifatides ci racconta i suo genitori con un tocco di tenerezza certo, ma soprattutto con la consapevolezza e la gratitudine di essere stato generato da due persone che in lui qualcosa di prezioso hanno lasciato
“Mio padre mi ha reso un essere umano, ma è mia madre ad avermi reso uno scrittore.”
Ma non aspettatevi un racconto melenso e sdolcinato, un altare eretto alle proprie origini; aspettatevi “solo” una narrazione sincera. Il racconto di una madre che accoglie un figlio che vede molto poco e che non vorrebbe lasciare andar via. Le parole d’affetto che passano attraverso il cibo. La gioia del ritrovarsi con la mamma e con il fratello, nonostante si sappia che la partenza è proprio lì, dietro l’angolo e che quel ritrovarsi potrebbe essere un’ultima volta
“Eccoci lì. Lui settantacinque anni suonati, io sessantotto e mamma novantadue. La città introno a noi ne aveva sul gobbo più di tremila.”
Il piacere di cercare i vecchi amici, ma anche i propri luoghi. Insomma un po’ di Grecia la si respira leggendo Kallifatides!
E si respira anche una sorta di malinconia tra queste pagine. La malinconia tra chi sente di avere un piede in una patria e uno in un’altra. Tra chi sa che sentirà sempre la mancanza di una delle due, perché in entrambe ha lasciato qualcosa di sé, perché andandosene da una per raggiungere l’altra dovrà rinunciare, per forza, a qualcosa.
Ma a supporto di questa mancanza arrivano i ricordi, quei ricordi che aiutano a stare accanto a chi ha fatto parte della tua vita e ora non c’è più. E arriva quell’amore che unisce anche dopo, anche quando si è andati via, in qualsiasi modo lo si sia fatto…
“Non ci si può fidare dei propri ricordi. Come ci si può fidare allora di quelli altrui?
Col tempo, tutta la vita diventa soltanto un ricordo. Se non possiamo fidarci di questo, come facciamo a sapere di avere vissuto?”
e poi c’è la lingua (discorso molto caro all’autore, lui che ha tradotto Bergman in greco e Ritsos in svedese) quella lingua alla quale Theodor ricorre quando non vuole perdere il pezzo di sé stesso che ha lasciato dall’altra parte
“Oh Theo! Nonostante i tuoi capelli bianchi sei ancora un marmocchio!” mormorai in svedese, nel tentativo di erigere le parole straniere come un possente muro fra me e la mia città.”
e mi sono soffermata solo sulla parte del presente, senza raccontarvi la storia del padre di Theodor, la storia di uomo che ne ha passate davvero tanto, pur mantenendo la sua integrità, la sua onestà. Il suo essere una bella persona.
E del presente non vi ho raccontato quanto la madre di Theodor sia adorabile, forte, saggia
“Non sono le spine il miracolo nel cespuglio di rose – sono le rose.”

