Bernard Malamud – Minimum Fax – traduzione Ida Omboni
“Una volta che te ne vai, sei all’aperto: piove e nevica. Nevica storia, vale a dire che quello che succede a un individuo inizia dentro una rete di eventi che esulano dal personale. Naturalmente, inizia prima che arrivi l’interessato. Tutti siamo nella storia, questo è sicuro, ma alcuni più di altri. Gli ebrei, più di alcuni. Se nevica, non tutti sono fuori a bagnarsi. Lui era fradicio fino all’osso. Con suo grande doloroso stupore, era sprofondato nella storia più di altri. Era andata così.”
L’uomo di Kiev è quella che definirei una lettura devastante, una di quelle letture che mi resteranno appiccicate addosso per parecchio tempo, perché io leggendolo non sono stata solo tra le pagine dell’opera di Malamud, ma sono stata tra i muri umidi e i pavimenti gelidi di quella cella dove Yakov (il protagonista) continua a urlare la sua innocenza. Ho sofferto con lui, ho stretto i denti davanti a ogni tortura, a ogni abuso, a ogni umiliazione a lui inferta
“Non esisteva niente che assomigliasse a una settimana, se non esisteva un termine alla sua permanenza in prigione. Se fosse stato in Siberia a scontare vent’anni di lavori forzati, una settimana avrebbe significato qualcosa. Sarebbero stati vent’anni meno una settimana. Ma per un uomo che forse rimarrà in prigione per un numero incalcolabile di giorni esistono solo tanti primi giorni che si susseguono, uno dopo l’altro. Il terzo giorno è il primo. Il primo giorno è il tremillesimo.”
E ho amato profondamente questo personaggio, un uomo , Yakov, un ebreo, che si ritrova imprigionato ingiustamente, accusato di aver ucciso un ragazzino a scopo rituale. Un uomo umile, un tuttofare che legge Spinoza. Un ebreo che un giorno, per strada, salva dalla probabile morte, un ricco antisemita russo, non prevedendo fin dove lo avrebbe condotto quella sua buona azione.
“Il suo destino lo riempiva di nausea. Scappando dalla Zona di residenza era finito dritto in prigione. Dalla nascita l’aveva seguito un cavallo nero, un incubo ebraico. Che cosa significava essere ebreo se non una maledizione eterna? Yakov era stufo marcio della storia degli ebrei, del loro destino, della loro colpa di sangue”
Il personaggio di Malamud ha la bellezza di chi reclama giustizia, di chi non vuole solo essere liberato, ma vuole essere giudicato innocente. La necessità della giustizia per lui supera il desiderio di libertà; e il suo “soggiorno” in prigione non è certo una passeggiata, è l’orrore che ogni giorno si ripete e sembra non avere mai fine.
“Spinoza […] Era libero nel pensiero, nella sua comprensione della Necessità, nella formulazione della sua filosofia. I pensieri, nel caso di Yakov, non lo rendevano libero: la sua libertà era nulla. Era imprigionato in una cella e anche nella memoria, perché molti avvenimenti della sua vita che talvolta, forse, gli era parsa libera, ora gli sembravano predisposti per condurlo in prigione. La Necessità aveva liberato Spinoza e imprigionava Yakov. Il pensiero aveva proiettato Spinoza nell’universo, ma i poveri pensieri di Yakov erano chiusi in una cella.”
Yakov vive in la sua perenne attesa di ricevere un atto di accusa che lo porti al processo, passa giorni fatti di solitudine, aggrappandosi ai pensieri, a un fiato di speranza a volte, ai ricordi. Alla sua lotta.
“Aspetti. Aspetti attimi di speranza e giorni di disperazione. A volte aspetti e basta, e non c’è insulto più grande. Sprofondi nei tuoi pensieri e tenti di cancellare la prigione. Se hai fortuna la cella si dissolve, e passi una mezz’ora fuori all’aperto, al di là delle porte, dei muri e dell’odio di te stesso. Se non hai fortuna, i tuoi pensieri rischiano di avvelenarti. Se hai fortuna e arrivi allo shtetl, puoi far visita a un amico e, se non c’è, puoi sederti da solo su una panca davanti alla sua capanna. Senti l’odore dell’erba e dei fiori e guardi le ragazze, se per caso ne passa qualcuna per la strada. Puoi anche fare una giornata di lavoro, se trovi qualcosa da fare…”
Quando mi ritrovo a leggere un romanzo di questa potenza, sento che trovare le parole per renderlo anche in una minima parte, è difficile, impossibile. Forse posso solo usare quel termine che di rado io scomodo; quel termine ormai troppo sfruttato tanto da diventare inconsistente, vano. Quindi perdonatemi ma io per definire L’uomo di Kiev non trovo parola più indicata se non “capolavoro”

