L’uomo che guardava le stelle

Joe Stillman – Atlantide edizioni – traduzione Chiara Nubile

“La porta si aprì con un ding! della campanella appesa sull’uscio. Nessuno notò Bill entrare. Era di altezza media, ma era molto magro perciò sembrava più alto. Dalla faccia si capiva che doveva avere più o meno venticinque anni, ma quegli anni per lui erano stati duri, e il suo corpo era fragile e molto vecchio. I vestiti erano lisi e gli stavano addosso come uno strato di pelle in più, avevano un tanfo che non sarebbe andato via nemmeno con tanti lavaggi.
I lineamenti erano pronunciati e, in un certo senso, stanchi; ma gli occhi, quelli erano diversi. Se il viso era duro e vissuto, gli occhi erano dolci. Sembravano appena nati.”

L’uomo che guardava le stelle è una favola contemporanea, si legge nella quarta di copertina, e questa credo sia la definizione migliore che si possa dare a questo romanzo; mi permetterei solo di aggiungere americana. Una favola moderna americana, perché, l’ambientazione americana si respira in ogni pagina.

Sarà il bus che arriva in città, sarà quel paese che sembra immerso nelle lunghe distanze

“Hadley non era tanto una città, quanto piuttosto un segnaposto dove qualcuno alla fine aveva voluto costruirci una città. Si trovava in un angolo vuoto dell’Arizona in cui non avresti mai voluto stare. C’erano un ufficio postale, una stazione di polizia, qualche banca, un paio di chiese, una patetica scuola pubblica e una strada principale con negozi privi di senso. Il Maybell’s Diner, il ristorante di mia madre, era l’unico posto dove poter mangiare, se non contavi il negozietto alla pompa di benzina di Chevron. La maggior parte di noi non lo contava.
La città più vicina con qualcosa di decente era Gaylordville. […]
Un autobus collegava le due città, lo stesso che partiva da Phoenix, Hadley era l’ultima fermata della linea, e mi piace pensare che chiunque avesse ideato quel tragitto aveva capito bene in che razza di posto vivevo. Era proprio l’ultimo luogo al mondo in cui voler stare.”

sarà l’iconico Diner, dove si svolgono la gran parte degli eventi.

Lì arriva Bill, un uomo strano che sembra arrivare dal nulla e che forse proprio dal nulla arriva, lì Bill si ritrova a essere cuoco, ma soprattutto a diventare l’attrazione locale:
il cuoco al quale non serve un ordine, perché Bill l’ordinazione la indovina, la legge nel pensiero.

Ma Bill non legge solo le richieste di cibo, Bill legge le persone, né legge le pene e i desideri

“Bill sapeva che la vita su un pianeta implicava il dolore, Era uno dei motivi per cui l’aveva evitata così a lungo, ma non aveva previsto che il dolore altrui potesse essere insopportabile quasi quanto il proprio.”

e sente di dover fare qualcosa per il dolore che incontra.

E riuscirà anche a sentire quello di Belutha, la voce narrante della vicenda, la figlia della proprietaria del Diner. Belutha una ragazza arrabbiata con tutti, ma soprattutto con una madre che le ha dato due fratelli da due padri diversi, un madre che non si decide a crescere.
Belutha che, in fondo, vuole solo essere vista.

L’uomo che guardava le stelle è un romanzo che parla di empatia, che insegna ad ascoltare gli altri anche quando non parlano, a guardarli, a capirli. Ed è un romanzo che invita ad accettare l’altro, senza chiedersi troppo, senza indagare origine né passato.

Bill guarda silenziosamente le stelle, come se la sua casa fosse lassù

“Alla fine Bill si girò per guardarmi. Sorrideva e non aveva un’espressione terrificante, né era impaurito dal mio avvertimento. Il suo sorriso mi sembrò genuino, persino innocente. I suoi occhi mi guardavano come a dire, «Non sono incredibili quelle stelle?». Poi si voltò ad ammirare di nuovo il cielo.”

ma, in fondo, nessuno sa da dove arriva Bill, forse non arriva nemmeno da un luogo; di lui si conosce poco, se non quello che emerge da  alcune sue strane affermazioni. Forse nemmeno si chiama Bill e forse il corpo in cui alloggia non è il suo, come quel passato che a un certo punto verrà a cercarlo.

Un libro ben costruito e con personaggi ben caratterizzati (del resto Joe Stillman è uno sceneggiatore), che consiglio a chi vuole leggere di buoni sentimenti e credere che ci sia del buono là fuori. A chi ha voglia di una favola appunto, di una favola che ha come sottofondo lo sfrigolio delle uova che cuociono sulla griglia e la certezza che mal che vada si potranno sempre alzare gli occhi e guardare le stelle.