Michael Bible – Adelphi – traduzione Martina Testa
“Da allora, praticamente, ce lo togliemmo dalla testa. Diventò un personaggio degli aneddoti della nostra infanzia anche se ogni tanto a scuola ci capitava di vederlo. Sentivamo voci sul suo conto e sui suoi amici Paul e Cleo. Vivevamo separati da lui e credevamo, ingenuamente, che anche lui stesse facendo normali esperienze da studente delle superiori, fiumi di birra e fine settimana al lago. E magari era anche così, ma di fatto non pensammo più a lui fino a quella mattina alla Prima chiesa battista.”
A quella mattina in cui Iggy entra nella chiesa con una tanica di benzina e una scatola di fiammiferi. Vuole darsi fuoco, ma le cose non vanno come previsto. La benzina si rovescia, il fiammifero cade e ad andare a fuoco è la chiesa e molti dei fedeli riuniti. Iggy si salva e lo troveremo nel braccio della morte in attesa di essere giustiziato
“La mia vita non finirà davvero a mezzanotte perché è già finita un milione di volte. Non so bene il perché ma in un certo senso è finita il giorno in cui è morto Angel. È finita quando il padre di Paul ha trovato le foto. È finita quando sono entrato in quella chiesa. È finita il giorno in cui sono venuto al mondo. Ed è finita diecimila anni fa.”
Michael Bible ci racconta una storia potente, dura, tragica, e lo fa con una sorta di poesia. Perché non posso che definire poesia una scrittura perfetta, esatta, capace di farti commuovere davanti a un albero di corniolo che perde le foglie, capace di farti provare empatia per un assassino.
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Michael Bible scrive bene e sceglie di introdurci in questa storia attraverso lo sguardo di Harmony, quel paese dove è avvenuta la tragedia, quel paese che anche se gli anni sono passati continua a raccontare quell’episodio, continua a farsi domande. È una narrazione fatta nella seconda persona plurale, una sorta di coro greco che dallo sfondo avanza e permette a te lettore di conoscere i fatti
“Le tragedie tendono a seguire traiettorie simili. Uno schema con cui ormai abbiamo fin troppa dimestichezza. L’orrore del fatto. Brevi ore di confusione e lutto, seguite da giornate di rabbia. Settimane di indignazione. C’è chi dà la colpa alla violenza dei film e dei videogiochi. Chi dà la colpa alla malattia mentale. Fiori e preghiere, fiori e preghiere. Raccolta di fondi. È ora di cambiare. Cortei, petizioni e discorsi. Poi niente. E ancora niente.”
ed è questa, a mio avviso, la parte più bella di tutto il romanzo.
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Iggy, dalla sua cella, nella seconda parte del libro (il libro è diviso in tre parti) risponde a questo coro o racconta a sua volta a noi lettori cosa è successo, forse anche perché è successo. Aggiunge quei tasselli che il coro non conosce
“Volete sapere della mia vita, della mia infanzia. Dev’essere successo qualcosa che mi ha mandato fuori strada. Un padre violento, una madre assente. O forse sono un innamorato respinto che cerca vendetta. Magari direte che è colpa della società. Di tutta quella codeina che mi bevo o dei film violenti. O delle mie idee politiche. Ma non è niente di tutto questo. O tutte queste cose insieme. Volete sapere perché ho fatto quello che ho fatto? Sarebbe come prendersi un po’ d’acqua tra le mani e chiedersi se è fiume o pioggia”
E sono pagine di dolore certo, ma anche della poesia di quei dettagli che possono diventare pura bellezza per chi non ha altro da guardare. Per chi ha solo una finestra e un angolo di cielo.
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E poi c’è una terza parte narrata in terza persona, e questa è, a mio avviso, la parte in cui Bible perde un filo di potenza e forse anche di “voce”. Ma questo senza togliere a L’ultima cosa bella sulla faccia della terra la coccarda di buon romanzo e senza lasciare la speranza nel lettore che Bible tornerà a deliziarci, magari con una narrazione un po’ più lunga; anche se, forse, questo romanzo ha tutta la sua perfezione nel raccontarci tanto in così poche pagine e io credo che solo i grandi possano riuscirci.

