Luce d’estate – ed è subito giorno

Jón Kalman Stefánsson – Iperborea – traduzione Silvia Cosimini

“E ovviamente è la ricerca che ci insegna le parole per descrivere lo splendore delle stelle, il silenzio dei pesci, il sorriso e lo sconforto, la fine del mondo e la luce dell’estate. Abbiamo un compito, a parte baciare labbra; sai per caso come si dice «ti desidero» in latino? E come si dice in islandese?”


Leggere Stefánsson significa farsi prendere per mano, fidarsi di lui e lasciarsi guidare nel suo mondo. Leggere Stefánsson significa ritrovare ogni volta ciò di cui lui ama raccontare: la sua Islanda, quei paesi abitati da poche anime, quei luoghi che, a volte, si lasciano, ma ai quali poi si fa ritorno. Il potere dei ricordi, dell’amicizia, di quell’amore che è totalizzante, di quelle passioni che non fanno vedere altro che la passione stessa. La fragilità dell’uomo, certo, ma anche l’affidarsi al destino, alla quotidianità di una vita che, spesso, è monotona, ma ha sempre il mare e le stelle e qualche fantasma. E l’amore, appunto.

In Luce d’estate Stefánsson mette in scena la vita degli abitanti di un piccolo paese,


“è bello vivere qui, sai, se mandi giù che siamo quattro gatti, a volte nei posti piccoli la vita diventa più grande”


dove tutti si conoscono, dove ognuno sa tutto di tutti; a partire dall’impiegata della posta che apre i pacchi e le lettere in arrivo e in partenza per passare il tempo, per nutrirsi delle storie degli altri.

Dove non c’è cosa che possa rimanere segreta e dove una donna trova il modo di vendicarsi del tradimento del marito.

Dove il maglificio che dava lavoro a molti viene chiuso, mentre il direttore diventa astronomo e inizia a studiare il latino.

Dove qualcuno dopo essersene andato ritorna e riprende una storia d’amore proprio dove l’aveva interrotta e dove un altro uomo perde la donna che ama, un attimo dopo averla trovata.

Dove una donna dai capelli neri affascina ogni uomo e muove la gelosia di ogni moglie.

Dove un contabile perde la fiducia nei numeri quando si accorge di non poter contare i pesci del mare, né le lacrime e il proprietario di casa chiede all’affittuario di non pagare in denaro, ma in racconti di quindici minuti, perché non ha bisogno di soldi, ma di riempire la solitudine del fine settimana

“… sicuramente ti racconteremo della voluttà che tiene insieme i giorni e le notti, di un camionista felice, dell’abito di velluto scuro di Elisabet e del tale che è arrivato in corriera […] di una donna dal respiro timido – di contadini solitari e di una mummia di quattromila anni. Racconteremo di eventi quotidiani, ma anche di certi che superano la nostra comprensione, probabilmente perché non hanno nessuna spiegazione, gli individui spariscono, i sogni ti cambiano la vita, persone di quasi duecento anni fa sembrano farsi sentire invece che rimanersene mute e tranquille al loro posto. E naturalmente desideriamo raccontarti della notte che incombe su di noi e che trae la propria forza dalla profondità dell’universo, dai giorni che vanno e vengono, dal canto degli uccelli e dall’attimo estremo.”


ma le storie, come gli abitanti di quel paese, sono anche altre…

Insomma, Stefánsson ci regala l’affresco di una comunità, ci fa convivere con quei suoi personaggi che sembrano sempre uscire ed entrare in ogni suo romanzo, ci racconta la passione e il suo lato oscuro, l’amore e la solitudine. La morte.
E lo fa con la sua poesia sempre, rendendoci parte integrante di quel paese, decidendo persino, a tratti, di utilizzare la narrazione nella prima persona plurale, come se a raccontarci la storia fossero loro: gli abitanti di quel paese, coloro che quelle storie le hanno viste, vissute, se le sono tramandate davanti a un bicchiere al pub.


“… per quale motivo ho vissuto? Che questi racconti di vita e di morte nel nostro paese e nelle campagne intorno siano una sorta di risposta a quella domanda, e al senso d’incertezza che ne deriva?”


E comunque io i libri di Stefánsson non so raccontarli, riesco a parlarne solo come un’esperienza, un viaggio. Insomma per capire cosa intendo, bisogna provare a leggerlo questo scrittore, bisogna provare a innamorarsi di lui e dei suoi personaggi dai nomi impronunciabili.