Lucciola

Natalia Litvinova – La Tartaruga – traduzione Elisa Tramontin

“Quando ero bambina credevo che la notte le radiazioni uscissero da me e illuminassero la stanza come una piccola lampada. Studiavo minuziosamente le mie estremità, cercando di indovinare quanto mancasse prima che mi si dilatassero i pori e sprigionassero una polverina fluorescente. Mi chiedevo se quella polverina, mentre abbandonava il mio organismo, mi avrebbe fatto male e se quel male si sarebbe propagato.
Al risveglio, controllavo le lenzuola, le palpebre immobili delle bambole, i vinili, la mia divisa scolastica sullo schienale della sedia. Cercavo le ferite in tutto.
Le persone che erano state fatte evacuare per l’esplosione nella centrale nucleare di Černobyl venivano chiamate ‘lucciole’.”


Natalia Litvinova, dopo quarant’anni dal disastro di cui molti di noi hanno memoria, ci riporta con il suo memoir a Černobyl e ci racconta il dopo fatto di silenzi e di omertà, di una sorta di protezione o di segreto che ha fatto sì che di quel fatto probabilmente, ancora oggi, non tutto si sappia.
Lo fa attraverso la sua storia, appunto, la storia di una bambina nata proprio nel 1986, e poi la storia di una ragazzina che con la sua famiglia si ritroverà a doversene andare, a diventare un’espatriata in Argentina. Con tutto ciò che questo comporta


“Che staranno facendo ora i nostri parenti e amici? I miei compagni di classe mi penseranno, percepiranno la mia assenza quando si faranno la foto di gruppo di fine anno? Avranno segnato sulla mappa geografica dove si trova l’Argentina? Inventeranno leggende sulla mia partenza?”


Litvinova racconta tre generazioni di donne: la nonna deportata dai nazisti e condannata ai lavori forzati una volta ritornata in patria, la madre incinta al momento del disastro nucleare, che vedrà la sua famiglia allontanata perché radioattiva. Una donna costretta, quindi, a partire con il marito e i due figli verso un mondo straniero


“… e si rende conto che non può integrarsi in questo nuovo mondo senza che le correggano le frasi o l’accento.”


e poi, ovviamente, lei Natalia.

Ma Lucciola ci porta anche in una dimensione fatta di credenze e di tradizioni, di neve

 

“Gli adulti approfittavano della neve più soffice e portavano fuori i tappeti con cui rivestivano i pavimenti e le pareti degli appartamenti per isolarli dal freddo. […] La neve diventava sporca. Le enormi macchie grigie che lasciavano i nostri tappeti mi facevano una tristezza che non ero capace di spiegare.
Nel mio quartiere operaio vivevano i ricchi, che avevano più tappeti e sporcavano di più. Ogni anno, come regalo di compleanno, chiedevo ai miei genitori di non rovinare la neve; ogni anno chiedevo di mantenere il nostro grado di povertà.”


e di laghi ghiacciati dei quali si può sentire la mancanza e di mancanze appunto. Di una memoria trasmessa dalle voci femminili, che diventa l ‘unico modo per non sprofondare nel presente


“credo che i pensieri densi siano la nostra eredità familiare e facciamo quel che possiamo per non affondare. Io, per esempio, mi appendo, mi dondolo e scrivo.”


E di quella scrittura che può salvare, ma soprattutto preservare


“Scrivo perché non posso tessere gambe più forti per mia madre. Scrivo perché io invece posso camminare all’indietro per lei. Narrare è protendere la lingua, allungare il presene affinché si tocchi con la leggenda. Narrare è anche tirare il filo e disfare la trama.”


Lucciola è un romanzo ben scritto, delicato e, a suo modo, lieve. Un romanzo che però resta un passo indietro rispetto a ciò che promette o che io mi aspettavo di trovare, un passo indietro rispetto al disastro di Černobyl che qua resta sempre sullo sfondo, mistero che la bambina Natalia ha vissuto come tale e che ha scelto di rendercelo con gli occhi di quel tempo.


“I bambini a scuola si prendevano gioco di me e di loro stessi, dicevano che eravamo radioattivi e che un giorno avremmo brillato al buio. Quella frase, che mi faceva arrabbiare, ora mi commuove. Ho capito che non era un insulto ma una provocazione; un invito a esplorare quella parte della nostra storia che non capivamo e che gli adulti non sapevano come spiegare. Loro mi aprirono gli occhi e mi raccontarono perché i nostri genitori non ci lasciavano stare al sole e perché a volte il cielo diventava rosso e scendeva una pioggia che non si doveva toccare.”