Sara Fruner – Bollati Boringhieri
“…la nonna mi aveva raccontato del libro letto otto volte in spagnolo e otto volte in italiano. Dalla trama intricatissima con la famiglia Buendia e alcune cose strane che succedevano. Quando poi ho letto di quel Macondo, città rumorosa piena di case con pareti a specchi e un’eco soprannaturale che uno scrittore sognò prim’ancora del suo personaggio, il mio nome mi è apparso sotto un’altra luce. Mi sono reso conto che c’è mistero lì dentro. Chiamarsi così è come chiamarsi Terradimezzo o Hogwarts o Neverland, è come essere qualcosa d’inventato che non puoi spiegare”
Ebbene sì, il giovane protagonista di questo romanzo si chiama Macondo e io, che nella mia narrazione dico di aver iniziato a leggere letteratura propri girando per le strade di quel paese lì, potevo forse non andare a conoscere questo ragazzino?
Macondo ha tre madri, ma non ne conosce nemmeno una, vive con la nonna, una pittrice di origine cilena, famosa e alquanto alternativa, artista insomma. Una nonna che ha vissuto tra Cile, Italia e New York, conosce tre lingue,ma non ha più una voce; le è stata portata via da una malattia, da un’operazione. Una nonna che comunica scrivendo “scontrini”
“Penso all’ingiustizia di un carcinoma all’orofaringe, che ci ha privati tutti questi anni di una comunicazione immediata. Penso a come le persone sprechino gli urli e si ostinino nel silenzio, sicuri che la voce rimarrà per sempre a divertirsi nella loro bocca, il bel parco giochi con la gola per scivolo e la lingua per altalena”
Una nonna che racconta la sua storia al nipote scrivendola su un quaderno giallo che gli fa trovare in giro per casa, e su quel quaderno racconta anche, un pezzetto per volta, la storia della strana compagnia di amici che popola la loro casa.
Ma Macondo vuole di più, Macondo vuole scoprire quello che la nonna non gli racconta, vuole scoprire chi è sua madre, dov’è sua madre, perché la nonna non ne parla mai
“Devo pensare a ricostruire, a mettere insieme i pezzi. Spero che Martin e Sherlock mi aiuteranno in questo. E anche, indirettamente, Jessica Fletcher, Pepe Carvahlo, i ventiquattro secondi per rimontare il cubo di Rublik, la mia teoria su Rosabella, le ore a Cluedo con i gemelli, i pomeriggi a guardare film assurdi insieme alla Bea, e le sere a scacchi con Platone baby-sitter. Spero che tutto quello che incamero ascoltando, guardando, leggendo, brigando, spiando, in qualche modo mi aiuti”
Una storia dolce quella che ci racconta Sara Fruner, una storia delicata. Nonostante dolore e perdita non ci siano risparmiati, né a noi né ai vari protagonisti, quasi che Fruner volesse avvelenare una pillola troppo dolce. Per, alla fine, si sta bene in mezzo a questa combriccola, e a Fruner si perdona anche la poca credibilità di alcune situazioni.
E poi c’è Bea, anzi “la Bea” come direbbe Macondo
“La Bea sa così tante cose di me, non le solite banalità – il mio film preferito o il periodo storico in cui vorrei essere vissuto. Lei sa quando dire «Macondo basta». Non dice «basta torturarti, basta con tutte questo colpe». Dice «Macondo basta», e non aggiunge altro. Mi prende la manica della felpa e mi trascina in un cimitero, per farmi vedere le vecchine che ci vanno apposta per fare quattro chiacchiere coi morti. Mi trascina dall’altra parte della città dove c’è la diga, mi fa sporgere sopra l’acqua nera e il salto di quaranta metri e mi dice, a volte lo farei. Mi porta nei campi brulli su, oltre la zona Mulini, una distesa postatomica di grano mozzato e terra fredda dove gli esseri umani non esistono più, e mi dice grida. E io, dopo il mio solito seimatta, lo faccio. Grido. E lei con me.”
C’è quell’amicizia speciale tipica degli anni giovani, quell’amicizia che tu speri abbia la forza di non finire mai. Quell’amicizia che non può che diventare il primo amore. E, come si dice, il primo amore non si scorda mai (almeno quello delle storie che ci raccontiamo…)

