Cristina Rivera Garza – Sur – traduzione Giulia Zavagna
“Il femminicidio non è stato ufficialmente classificato come reato in Messico prima del 14 giugno 2012 […] Gran parte dei femminicidi commessi prima di quella data erano chiamati delitti passionali. Erano chiamati ha preso una cattiva strada. Erano chiamati perché si veste così? Erano chiamati una donna deve sempre stare al suo posto. Erano chiamati qualcosa deve aver combinato per fare quella fine. Erano chiamati i genitori la trascuravano. Erano chiamati la ragazza che ha preso una decisione sbagliata. Erano chiamati, addirittura, se lo meritava. La mancanza di linguaggio è impressionante. La mancanza di linguaggio ci lega, ci soffoca, ci strangola, ci spara, ci scuoia, ci fa a pezzi, ci condanna.”
Trascrivo questo passaggio e mi accorgo che Word mi sottolinea la parola femminicidio come “errore”. E penso che, certo, il femminicidio è senza ombra di dubbio un errore, se per errore intendiamo qualcosa che non dovrebbe esserci, ma penso anche a quanto questo stoni, dato che il libro di Cristina Rivera Garza parla anche di linguaggio, dell’assoluta necessità di chiamare con il suo nome ciò che il femminicidio è, ovvero
“Art. 325: commette il delitto di femminicidio chi priva della vita una donna per questioni di genere”
Parla di parole che un tempo non esistevano e non perché non esistesse l’atto in sé.
Cristina Rivera Garza recupera, a trent’anni di distanza, la vita di sua sorella Liliana, morta a vent’anni per mano del suo fidanzato.
Liliana è stata una delle numerose vittime di femminicidio messicane.
Liliana è morta nel 1990, ma ancora oggi in Messico il femminicidio uccide dieci donne al giorno.
L’autrice ci racconta Liliana attraverso le sue lettere, i suoi diari, la testimonianza di amici e parenti. Ce la racconta attraverso il senso di colpa e il lutto
“Si può essere felici vivendo in lutto? La domanda, che non è nuova, spunta di tanto in tanto durante quell’eternità che è la sofferenza. Si parla molto del senso di colpa, ma mai abbastanza della vergogna. Il senso di colpa di chi sopravvive può attirare un sospetto forse sano, un’esitazione perfino ragionevole, sul piacere, sulla gioia, sulla compagnia. La vergogna è una porta chiusa e sbarrata.”
Lo fa restituendoci una storia purtroppo vera, una storia che ha trovato le parole per essere raccontata. E l’autrice questo fa: mette ogni cosa al suo posto, colloca ognuno nel suo ruolo. La vittima è vittima, il carnefice è carnefice. Chi resta è vittima a sua volta, del senso di colpa, del non aver capito, della perdita tutta.
Il lettore de L’invincibile estate di Liliana, chiude il libro senza chiedersi mai (nemmeno una volta) perché Liliana non ha fermato il suo destino? No, Liliana non ha colpe, Liliana ha avuto la sfortuna di incontrare l’orso e
“Le vittime restano perché sanno che qualunque movimento improvviso potrebbe provocare l’orso. […] Le donne maltrattate restano perché vedono che l’orso si avvicina. E vogliono vivere.”
L’invincibile estate di Liliana è soprattutto un libro necessario. Necessario nel ribadire ancora una volta che una vittima di femminicidio è una vittima e solo così deve essere vista.
Cristina Rivera Garza scrive un memoir ricostruendo da giornalista gli ultimi anni di Liliana, indagando, chiedendo e riaprendo faldoni. Lo fa consegnandoci l’immagine di una ragazza nel pieno della vita, una ragazza che urla libertà e amore, che mette l’amicizia al centro di tutto. Lo fa consegnandoci il dolore di chi l’ha conosciuta e mai dimenticata. Una ragazza che noi lettori impariamo a conoscere, ma sappiamo da subito che non sapremo mai che vita avrebbe potuto avere dopo il 16 luglio 1990, perché quella vita non c’è mai stata.
La scrittura dell’autrice si abbraccia con quella di Liliana, in una narrazione dove il registro cambia pagina dopo pagina, dove il racconto si interseca con il libro d’inchiesta, il romanzo epistolare, lo stile diaristico. Una storia che assume un respiro universale, perché alla fine
“Chi in un mondo in cui non esisteva la parola femminicidio, le parole terrorismo intimo, poteva dire ciò che ora io dico senza il minimo dubbio: l’unica differenza tra mia sorella e me è che io non ho mai incontrato un assassino?
L’unica differenza tra lei e te.”
L’invincibile estate di Liliana fa male e lascia il segno. Ti lascia in apnea e ti restituisce un peso alla bocca dello stomaco. Ma è necessario questo libro. Purtroppo lo è…

