Lingua madre

Maddalena Fingerle – Italo Svevo edizioni

“Il fatto è che alcune parole tolgono la fame perché riempiono lo stomaco, anche al di là della cadenza e della dizione. Globo, per esempio, è un pasto completo, aiuola è un capriccio come lo zucchero filato e riempie la bocca, e poi ci sono le parole liquide che ti rinfrescano e ti dissetano, come glicine, e quelle che sono come le merende o uno spuntino, e tra queste c’è intonaco che ti impasta la bocca ma è bello come lo fa. Ci sono anche le parole che vanno di traverso, come biglia, che fa fatica a scendere ma quando scende la senti nella pancia. E dipende tanto anche da chi le pronuncia.”

Possono lo stile, la scrittura, diventare essi stessi protagonisti di una storia, e non solo semplice mezzo per narrarci quella storia? Ce lo aveva detto già Ernaux, che con la sua scrittura asciutta, chirurgica, tagliente è stata capace di creare ferite e dolore nel suo lettore. Capace di trasmettere le sue ferite e il suo dolore al lettore. Ce lo dice Maddalena Fingerle che con Lingua madre, ci regala un romanzo che già dalle prime righe trascina il lettore dentro la storia. E lo fa con un ritmo che cavalca gli umori ossessivi del suo protagonista, Paolo. Facendo entrare, te lettore, nella mente di quel Paolo Prescher, che già nel nome (nell’anagramma del nome) nasconde la sua ossessione, nasconde ciò che rifugge.

“Non è vero che le parolacce sono sporche, dipende. Le parole sono tendenzialmente pulite se dicono quello che devono dire senza fare la doppia faccia, come negro e tedesco. Negro e tedesco sono più pulite di persona di colore e sudtirolese di madrelingua tedesca”

Paolo vive in bilico tra le parole sporche e quelle pulite, tra le persone che le parole pulite gli sporcano, con l’ipocrisia appunto o con il tentativo di nasconderci dietro altri significati.

“Schiumarola è una parola che fa la schiuma e a me piace tantissimo, anche se non è pulitissima perché mi fa pensare alle cene a casa nostra, mi ricorda l’acqua e il sapone e allora un po’ si pulisce. Io amo l’acqua perché è trasparente e amo farmi la doccia bollente e sentire la pelle che si pulisce un po’. Ma non funziona sempre, solo a volte, solo se tutto va bene”

Paolo vive in bilico tra due lingue, anzi tre, l’italiano, il tedesco e quel dialetto che dal tedesco prende origine; vive a Bolzano, in bilico tra l’ipocrisia di chi deve scegliere il gruppo linguistico di appartenenza, ma pare sempre rifugiarsi là dove gli conviene di più, a seconda del momento della circostanza.

“A Bolzano tutto ha due nomi, a volte anche tre: uno in tedesco, uno in italiano e a volte, quando si deve, se proprio si deve, anche in ladino.”

Paolo deciderà di non scegliere a che gruppo linguistico appartenere, di lasciare Bolzano, scappando anche da una madre e da una sorella che gli sporcano le parole con la loro ipocrisia;  deciderà di non parlare più italiano, ma solo tedesco, di lasciare all’italiano i soli pensieri. Fino a quando, a Berlino, incontrerà Mira

“Parla pulito, Mira, e pulisce quando parla. Le parole pulite sono così: dici una cosa e intendi quella cosa, sono vere e limpide, non ci sono associazioni mentali che le rovinano, che le macchiano o che le sporcano.”

Ci parla di linguaggio e di parole Maddalena Fingerle e lo fa quasi giocando con il linguaggio e le parole. Ma ci parla anche di appartenenza, di ossessione e del desiderio di trovare un luogo o una persona per sentirsi protetti, capaci di ritornare sui propri passi o dove si pensava non si sarebbe più tornati

“Chiedo a Mira se è preoccupata e lei dice di no. Anch’io sono tranquillo e glielo dico. Lei sorride, a me davvero basta stare con lei e avere le parole pulite. Il resto non conta. È come quando fai un viaggio: se hai un documento e i soldi, tutto il resto si risolve. Ecco, Mira e le parole pulite sono il documento e i soldi, il resto in caso si aggiusta, si compra, si risolve”