Lettera di una sconosciuta

Stefan Zweig – Adelphi – traduzione Ada Vigliani

“A te voglio parlare, per la prima volta ti dirò tutto: dovrai conoscere tutta la mia vita, che è sempre stata tua e di cui tu non hai mai saputo nulla. Ma conoscerai il mio segreto solo quando io sarò morta e tu non dovrai più darmi risposte, quando questo gelo e questo ardore che mi scuotono le membra saranno veramente la fine.”

Un uomo riceve una lettera da una sconosciuta, come appunto recita il titolo. Una sconosciuta che gli confessa di averlo amato di un amore assoluto, devoto, fedele e sottomesso. Un amore che ha sopportato distanza e indifferenza. Una donna che nonostante non sia mai stata ricambiata, nonostante non sia mai stata riconosciuta, non ha mai perso la speranza, non ha mai smarrito quell’amore.

Una donna che non ha mai chiesto nulla, ma che ora chiede di essere ascoltata

“Non aver paura delle mie parole: una morta non vuole più nulla, non vuole amore, né compassione né conforto.”

Ciò che ci racconta Zweig attraverso una lettera è l’attesa di una donna, di una donna innamorata, di una donna che ha messo al centro della sua vita quell’uomo che l’ha stregata con un semplice sguardo, uno sguardo gentile, quando ancora lei era bambina.

“Da quell’istante io ti ho amato. Lo so, le donne l’hanno usata spesso questa parola con te, con quell’uomo viziato che sei. Ma credimi, nessuno ti ha amato con tutta l’abnegazione di una schiava, di un cane, come lo fece quell’essere che io ero allora e quale per te sono sempre rimasta, perché nulla a questo mondo può eguagliare l’amore di una bambina che, di nascosto, si sprigiona dall’oscurità”

E da quel momento lei non ha voluto altro che essere riconosciuta, essere desiderata da quell’uomo. Un uomo, un amore, idealizzato perché mai veramente vissuto, perché alimentato solo dalla speranza, dall’attesa.

Un amore appunto assoluto quello dell’autrice della lettera, un amore che l’ha spinta a vivere in funzione di quell’uomo, sacrificandosi, perdendo gli affetti, evitando di vivere pienamente, per ritrovarsi alla fine, accanto a un figlio morto, sola: lei e quell’amore che l’ha accompagnata ogni giorno, ogni momento

“Mi sei rimasto solo tu, tu che mai mi hai conosciuta e che io ho sempre amato.”

Può esistere un amore così? Mi sono chiesta chiudendo il piccolo/grande libro di Zweig, può l’amore essere tutto? Possiamo noi oggi accettare un amore di questo genere, l’idea di una donna che si è annienta per l’amore di un uomo? Possiamo definirlo amore? Forse no, forse questa è solo ossessione. O forse sì, perché l’amore può essere anche totalizzante, può offuscare tutto il resto, può chiederti di “sacrificare” tutto per la persona amata. Può non essere sano e può rovinarti la vita, anche se non sono molto convinta che quella donna, quella della lettera, la veda in questo modo.

Zweig con una sola lettera, con una sola storia d’amore riesce a incollarti alla pagina, perché anche tu lettore spererai fino alla fine che lui la riconosca, che lui capisca chi gli manda le rose a ogni compleanno, e questo nonostante quel

“Mai mi hai riconosciuta”

che lei continua a ripetere, nonostante quello “sconosciuta” che ci accoglie già dalla copertina. Tu lettore, tu lettrice, continuerai a  sperare, come si spera in una risposta dell’amato, in un cenno, in un segno, in un segnale di intendimento.

Questa è stata l’ultima mia lettura del 2022, ho scelto un libro breve da leggere tutto in un pomeriggio, ma ho scelto anche un libro denso, un libro di quelli che riescono in poche pagine a inciderti un segno dentro. E ho scelto anche un libro di Zweig, dato che nel mio #unmesecircadalibraia mi sono vergognata più volte di no aver mai letto nulla di questo autore e volevo recuperare entro l’anno!