In un film visto di recente un bambino e una bambina si guardano negli occhi e si sfidano a chi resiste di più senza chiuderli. È un gioco che fanno per superare la noia, la stanchezza, ma soprattutto la paura.
È il loro modo di essere complici, di allontanare tutto il resto.
Ho pensato a due ragazzine che ho visto al parco qualche domenica fa. Avevano i pattini ai piedi e si tenevano per mano. Entrambe indossavano un pattino da pattinaggio artistico e uno da pattinaggio da corsa. Il loro tenersi per mano sembrava sopperire un equilibrio precario.
Fuori dal parco ho incrociato due bimbi biondi con il caschetto in testa, entrambi spingevano con un piede un monopattino in una sorta di gara. Ridevano e io non ho potuto evitare di fare altrettanto. La mamma li inseguiva non tenendo il loro passo. Mi ha detto
Sono scatenati. Ho risposto Ma anche bellissimi.
Ai piedi dei gradini della scuola bimbe e bimbi con il grembiule. Una di loro tiene in mano una grande foto in bianco e nero, dietro la foto delle scritte che un bambino legge. Ci sono due contadini al lavoro nella foto, le parole del bambino raccontano un tempo che fu. La maestra aggiunge che lì, proprio lì, dove ora c’è la scuola, un tempo era tutta campagna. Qualcuno applaude, i bimbi ringraziano con un sorriso, la maestra annuncia la prossima tappa, la prossima foto, il prossimo racconto.
Qualche giorno fa mi hanno chiesto quale genere di libri preferisco, e io non ho saputo rispondere.
Poi ho continuato a pensare a quella domanda e ho capito che, in fondo, io una risposta non ce l’ho proprio, perché non c’è un genere, una nazione, un contesto che amo più degli altri, perché le storie che leggo e che poi finisco per amare, sono molto diverse le une dalle altre.
Però, ho pensato: una cosa le accomuna tutte.
Le storie che preferisco, che sono capaci di emozionarmi, a volte, fino alle lacrime, sono quelle che mi fanno sentire come quella bambina che fissa lo sguardo in quello del suo amico:
parte di qualcosa, complice, non sola.
Quelle che mi fanno venire la voglia di custodirle dentro di me e di non lasciarle andare.
E che poi, invece, finisco con il volerle raccontare a tutti.

