Chiara Mezzalama – E/O edizioni
“Joan Didion decide di tenere le scarpe del marito, nel caso in cui tornasse, Francisco Goldman scrive accanto al vestito da sposa di sua moglie. Io non ho nulla che gli appartenga, nemmeno una vecchia maglietta, non posso mettere a posto le sue cose, ritrovare il suo odore in un armadio, toccare gli oggetti nel suo studio, non ho accesso alla sua vita, ai suoi libri, alle sue opere incompiute. Non ho un luogo dove piangerlo. Non ho altro che le parole, le sue e le mie, questa magnifica corrispondenza e i suoi ultimi video per accompagnarmi nel nero oscuro della sua scomparsa, questo baratro dove nessuna luce può penetrare. Il lutto amputato che vivo nella mia condizione di amante clandestina. Io non esisto”
Leggo Le nostre perdute foreste e mi chiedo se Chiara Mezzalama ha commesso un atto coraggioso o un atto egoistico. Se ha deciso di mettersi a nudo per essere sincera, per dare voce a chi, come lei, ha dovuto vivere clandestinamente un lutto; o se si tratta solo di un tentativo di elaborarlo quel lutto, di metterlo su carta per alleggerire (ammesso che questo sia possibile) il peso dal cuore, dall’anima, dal corpo tutto.
Probabilmente entrambe le cose, mi rispondo.
Chiara Mezzalama racconta la sua storia d’amore clandestina (lui, Olivier, è sposato, lei ha appena visto la fine del suo matrimonio), una storia d’amore vissuta nella distanza amplificata dal periodo del Covid, delle zone colorate, dai confini invalicabili. Una storia di grande passione, una storia di amore irrompente e immediato. Un amore vissuto attraverso la scrittura (sono entrambi scrittori), lo scambio di lettere, di messaggi, o in quello “zona foresta” che sono i luoghi dei loro (pochi) incontri.
“Essere altrove, essere foresta, soccombere alla natura animale, abdicare alla ragione, abbandonarsi, dimenticando le buone maniere, rinunciando al passato. Oh, che paura che fa! Quanto è difficile sentirsi vivi, Cedere alla passione. Amarsi, Che lusso e che rischio incalcolabile! Eppure eccoli qui, l’uno contro l’altra nella tempesta delle loro vite, nella folla di una stazione, nel segreto di una stanza, nelle parole.
Di cosa si è immischiata la morte?”
Ma dopo pochi mesi Olivier viene ucciso da un attacco cardiaco durante una corsa e Chiara deve e dovrà vivere questo lutto con la distanza dell’amante, di chi non esiste
“Solo i sopravvissuti di una morte restano davvero soli, scrive Joan Didion. Quanto è vero.”
Le nostre perdute foreste è il racconto di un percorso, di un viaggio verso l’elaborazione di un lutto che non ha nemmeno una tomba sulla quale essere pianto. Un lutto davanti al quale Mezzalama si mette a nudo e dove io ho avuto, a tratti, la necessità di allontanare lo sguardo: sentendomi indiscreta, sentendo di minare il pudore di quel dolore (scusate la rima).
È una sorta di diario di quel lutto, dove la prima persona si alterna alla terza, quasi che Mezzalama si concedesse di guardarsi dal di fuori, prendendosi un poco di distanza, o cercando una visione più oggettiva più completa del tutto. È una sorta di diario che ci racconta la solitudine di una situazione che, forse, nemmeno le sorelle/amiche possono capire completamente
“Non voglio andare avanti, voglio restare qui, nella sua morte, fino al momento in cui cesserà di farmi così paura. La morte ha bussato alla mia porta, ho dovuto aprirle”
senza le quali tutto sarebbe stato ancora più difficile.
Ma, forse, la vera salvezza per Chiara arriva proprio da quella scrittura che è stata filo conduttore di una storia d’amore dal finale tragico e che ora risulta essere l’unico modo per provare a capire l’inspiegabile, per provare a raccontare se non il dolore, almeno quanto la vita dà, ma la vita sa anche togliere. Improvvisamente.
“Mai più. La morte si riassume in questo. Questa impossibilità declinata da due avverbi”

