L’attesa

Matsumoto Seichō – Adelphi – traduzione Gala Maria Follaco

“Nabuhiro aveva sessantasette anni. Isako sperava che non vivesse fino a ottanta o novant’anni. Se fosse morto a ottant’anni, lei ne avrebbe avuto cinquanta, e se fosse morto a novanta, sessanta. Una donna a quell’età è vecchia e nessuno la vuole più. Doveva liberarsi di lui intorno ai quarant’anni, o giù di lì. A quell’età sarebbe potuta tornare alla sua precedente occupazione di gerente di un locare. E sarebbe stata libera di innamorarsi.”


Già dalle prime pagine del romanzo di Matsumoto Seicho, sappiamo che Isako ha un piano o, comunque, sta progettando uno schema che la vedrà diventare vedova nel giro di pochi anni. Già da subito Isako ci viene dipinta come una dark lady capace di manipolare le persone (soprattutto gli uomini) e le circostante pur di ottenere ciò che vuole.


“Una volta, durante una tavola rotonda a cui ho partecipato per lavoro, qualcuno disse che una donna con la carnagione chiara, la pelle sottile e liscia e le forme prorompenti non è tipo da occuparsi di un uomo solo, e la signora Sawada sembrava confermarlo”


È bella e senza scrupoli, non si fa remore nel chiedere al suo avvocato di fare in modo che un ex amante venga condannato per un crimine che probabilmente non ha commesso, pur di toglierlo di mezzo, né nell’accantonare un altro amante che, a un certo punto, non le serve più. Non si fa scrupolo nel raccontare a ognuno solo una parte della storia, solo ciò che conviene raccontare. Solo noi lettori sappiamo il tutto o, meglio, sappiamo tutto ciò che sa Isako.

Sulla carta L’attesa sarebbe un noir perfetto, poi se a questo aggiungiamo il fatto che a scriverlo è stato colui che viene definito il Simenon giapponese, quel Matsumoto Siecho che io ho tanto apprezzato in Tokyo Express o ne Il dubbio (Adelphi ha pubblicato anche Un posto tranquillo e La ragazza del Kyushu, ma di questi, pur avendo sentito grandi cose, io non posso ancora parlare), il risultato non può che essere perfetto; ma ahimè! L’attesa, a mio avviso, delude, risultando un romanzo prevedibile e, a tratti, ripetitivo.

Partiamo dalla sua protagonista: Isako è odiosa, ma questo ci sta, deve esserlo, è un personaggio perfido; ma una dark lady che si rispetti dovrebbe affascinare il lettore, dovrebbe indurlo, a tratti, a fare il tifo per lei, magari per poi pentirsene subito e tornare sulla retta via. No, Isako, non mi ha proprio affascinata, anzi ho faticato a sentire credibile la sua capacità di ammaliare gli uomini.

Aggiungiamo che alcuni personaggi non mi hanno proprio convinta, li ho visti come contorno inutile, anche un poco dispersivo. Come utili solo a guadagnare qualche pagina di scrittura in più, sono le molte ripetizioni, inserite forse con lo scopo di sottolineare l’intendo della protagonista, ma, come detto, a noi lettori quell’intento era già chiaro dalle prime pagine.

C’è un solo un personaggio che ho apprezzato, perché si tratta dell’unico personaggio capace di regalare un colpo di scena alla storia; personaggio che, quindi, eviterò di citare.

Mi fa male parlare in modo freddo de L’attesa e del suo autore, mi fa male perché io L’attesa l’ho atteso (gioco di parole voluto) come si aspetta la visita di un amico lontano, ma mi sono ritrovata ad aprire la porta a una persona diversa dall’amico che ricordavo e che speravo di incontrare.

Mai avere grandi aspettative, ci dicono i vecchi, perché il rischio è quello di rimanere delusi… il rischio è quello di trovarsi davanti a un romanzo che vorresti raccontare come coinvolgente, intrigante, bello e devi accontentarti di definire mediocre o, comunque, non il miglior Matsumoto Seicho di sempre.
Ma, ovviamente, questo è solo il mio sentire…