María Moreno – Edicola – traduzione Francesca Lazzarato
“El Petiso è diventato figura del folclore, modo di dire, icona, spauracchio, simbolo, e il suo mito fa così saldamente parte dell’immaginario nazionale da aver lasciato innumerevoli tracce: per esempio nelle strade e nei musei di Ushuaia, dove statue e murales lo ricordano, nelle vignette di alcuni comics, sugli schermi […], nei negozi che ad Halloween vendono la sua maschera, nelle pagine di libri-reportage e di trattati criminologici, o in quelle di romanzi e racconti (il suo fantasma appare, per esempio, in Pablito inchiodò un chiodino, novella di Mariana Enriquez)”
Questo è un passaggio della fondamentale prefazione all’opera di María Moreno, scritta da Francesca Lazzarato che ne è anche traduttrice (nota di merito alla sua traduzione che non credo essere stata missione facile).Dicevo parto da qua perché a molti (alzo la mano anche io) il nome Santos Godino dirà ben poco: ma “El petiso Orejudo” a inizio Novecento, in Argentina, è stato un serial killer efferato e tremendo, un serial killer molto giovane che si è “dedicato” a soggetti ancora più giovani di lui: i bambini. Un serial killer diventato iconico in Argentina, oggetto di studio e di dibattiti, e, probabilmente anche, una sorta di “bau bau” destinato a spaventare i bambini.
“Caytano Santos Godino disponeva d una collezione privata consistente solo in un elenco di nomi infantili il cui tratto comune era il danno ricevuto, ma nella sua immaginazione non c’erano etichette né descrizioni, non conosceva la serialità e l’accuratezza, era come un entomologo che, dopo aver catturato e conservato un esemplare di valore, finisce per strappargli un’ala con un movimento brusco. Faceva il paio con quella del dottor Lombroso ed era altrettanto sconvolgente, ma la collezione di quest’ultimo era più vasta e ovviamente più nota.”
La storia scritta da Moreno è una storia difficile da raccontare. Lo è per l’argomento, ovviamente, ma lo è soprattutto per il modo non lineare in cui lei sceglie di narrarci le (chiamiamole) vicende di questo assassino adolescente, le sue misere origini, il suo non provare il minimo senso di rimorso, ma anche il suo farsi beccare spesso con le mani nel sacco (molti dei suoi crimini si sono conclusi in tentati omicidi)
“Il fatto che lo cogliessero sempre con le mani nel sacco non sembra tanto il risultato della sua stupidità, quanto la reiterazione di un rituale: ergersi ad artefice della vita e della morte, prima come assassino, poi come salvatore.”
Il suo farci entrare nella storia da diversi punti di vista, voci differenti che rendono e praticamente estraneo il protagonista, freddo oggetto da esaminare, da osservare e, ammesso sia possibile, da capire.
Il suo alternare la narrazione a capitoli fatti da versi, pometti, un linguaggio gergale, quasi a voler dare voce al popolo, al coro.
Oppure da articoli di giornale
“È molto probabile che la lungimiranza degli uomini non abbia previsto un evento così straordinario.
I codici in vigore non possono aver stabilito pene per un tale crimine.
La società non può mai immaginarsi un simile oltraggio.
La bestia non può essere giudicata dalla legge.
I rettili si calpestano. E anche dopo morti, non si possono neppure guardare.
Ispirano raccapriccio…”
Moreno ci racconta questa storia attraverso un libro ibrido, che è romanzo, saggio, narrazione popolare, indagine
“Al vicecommissario Peyre succede sempre la stessa cosa, quando ascolta il clic delle manette che si chiudono. Mentre ripone la chiave e guarda in faccia la preda, gli sembra di star sognando, che si è sbagliato, che il tizio non può essere quello, adesso più che mai perché non poteva certo immaginarsi un mostro alto un metro e cinquantatré, con enormi orecchie e la faccia liscia come quella di una donna.”
trattato di criminologia
«Si avrebbe un’idea falsa della follia, se si immaginassero i matti come perennemente in delirio, intenti solo ad azioni stravaganti, in preda ad agitazione o furore, o sprofondati in una cupa malinconia».
L’atroce storia di Santos Godino è certo una storia atroce, una di quelle storie che, a tratti, porta a coprirti occhi e orecchie con le mani, ma la scrittura di Maria Moreno è talmente ipnotica, la sua scelta stilistica è così originale, che tu vorrai restare lì ad ascoltare fino alla fine.
Una penna che riesce a essere più forte della storia atroce di Godino.

