Sarah Hall – Sellerio – traduzione Federica Aceto
“Torni anche tu, naturalmente: la persona che eri quando ci siamo conosciuti, e quella che sei diventato dopo. Niente di tutto questo ritorna senza i tuoi passi sulle scale, il tuo sapore, la pressione contro la mia schiena. Ti ri-formi nel letto, i tuoi occhi luminosi e sbalorditi si scusano per il disordine che abbiamo lasciato in giro. Ricordo quei momenti illusori in cui condividevamo lo stesso boccone d’aria, quasi lo stesso sangue nelle vene. Ricordo il profumo dei fiori d’arancio dell’alberello che mi hai regalato, uno strano dono di corteggiamento. Quell’aroma asprigno: l’odore di frutteti in pieno risveglio, di coloni offerta ai visitatori, e di pompe funebre.
Ho due nomi, mi hai detto la prima notte, uno me l’hanno dato alla nascita, l’altro me l’ha dato lo Stato.
Io ti ho chiesto: E con quale nome ti devo chiamare?
Presto sarà difficilissimo ricordare, o anche solo pensare.”
Pochi giorni fa, ho detto che non mi sentivo pronta a leggere un libro a tema virus o lockdown. Insomma un libro che mi avrebbe riportato a ciò che abbiamo vissuto e che (in parte) stiamo ancora vivendo. Poi ho incontrato L’arte di bruciare e mi sono subito smentita.
Trovare tra le pagine di un libro l’atmosfera che ha circondato l’umanità solo un paio di anni fa è stato doloroso, non lo nascondo; trovare quei momenti raccontati in un libro mi ha dato l’illusione che si trattasse di qualcosa di lontano, di non reale, di fiction, ma poi tutti i miei momenti sono tornati a galla…
Edith, la nostra protagonista, nel momento dell’emergenza nazione si trova nel pieno di una relazione passionale e trascinante e decide di far entrare nel suo lockdown anche Halit, il suo amante, anzi nemmeno decide, capita in modo naturale. Come capiterà in modo naturale che quella relazione iniziata un po’ per caso, un po’ perché Edith ne aveva bisogno, diventi amore.
“Sei arrivato a Burntcoat con una borsa di vestiti, qualche libro, e una manciata di effetti personali a cui tenevi. Dopo l’annuncio sei rimasto nel ristorante fino a tardi, spostando le scorte dai frigoriferi ai congelatori, spegnendo la corrente. Sei andato a casa e hai fatto i bagagli. Tra le cose che hai portato con te c’era un macinino d’antiquariato in ottone che era appartenuto a tuo nonno. Era un oggetto lungo e sottile, bellissimo, prodotto in un’epoca più portata ai lavori artigianali, meccanici.
Scusa se puzza di pepe. Mio nonno lo usava anche per i grani di pepe.
L’ho messo in bella vista sul ripiano della cucina, per sottolineare quanto fosse prezioso, ma in realtà era per sottolineare quanto fossi prezioso tu. Non avevamo parlato del tuo trasferimento. Era dato per scontato.”
Ed è stato proprio questo il motivo che mi ha spinta a leggere L’arte di bruciare, perché in quei giorni che ora sembrano così lontani, anche io ho pensato: Almeno potessi dividere questa solitudine con te…
È, ovviamente una storia dolorosa quella che ci racconta Hall, anche perché Edith arriva da un passato di dolore, dove, bambina, ha dovuto prendersi cura di una madre “sopravvissuta a una guerra catastrofica dentro il suo cervello”, temendo in ogni istante di poterla perdere. Ma è anche una storia fisica, molto fisica e erotica, dove i corpi, la pelle, gli odori sono materia costante e base, come quel legno che Edith brucia per creare le sue enormi opere d’arte.
La scrittura di Hall è scorrevole e, nello stesso tempo, ci sono passaggi in cui devi interromperla per sentire meglio il momento che ti sta raccontando, rileggerlo anche, riviverlo, assaporarlo fino in fondo; oppure proprio perché la sensazione di quella realtà di cade all’improvviso addosso. Ma non credete di leggere un libro sul virus, non lo è. Il virus certo è presente ed è fondamentale, ma questa è, in fondo, una storia d’amore (del resto non lo sono tutte le storie?) ed è la storia di una donna che la vita “aiuta” a essere forte.
Una donna che ha una storia da raccontare.
Una storia che Edith/Hall sceglie di raccontare al suo amante (e a noi), facendo incontrare il presente a dettagli del suo passato, fino ad arrivare al dopo, perché come per tutti noi, quel momento, quei momenti, hanno fatto un po’ da spartiacque.
“Chi ha storie da raccontare sopravvive.
[…]
Ho riflettuto a lungo su cosa volesse dire. È possibile salvarsi come Sherazade che seduce il nemico con le sue storie? L’atto di raccontare conferisce senso a un mondo caotico? Forse Naomi intendeva semplicemente dire che la vita è un’invenzione, una versione necessaria per convincerci ad accettare il fatto di dover vivere.”

