L’anno in cui parlammo con il mare

Andrés Montero – Edicola – traduzione Giulia Zavagna

“… perché la corda del tempo a volte è buona e sembra salda e uno vorrebbe camminare scalzo per tutta la sua lunghezza, un piede davanti all’altro, un piede dietro l’altro. Ma noialtri non siamo il tempo, siamo solo scintille rosse su uno sfondo rosso, cose brevi che devono decidere quali storie racconteranno prima di morire e quali storie ascolteranno prima di morire, che forse di poco più che questo è fatto il pezzetto di corda che ognuno di noi può chiamare vita.”

Ho chiuso L’anno in cui parlammo con il mare e mi sono detta: Questo libro è magnifico. E l’ho anche ripetuto nei giorni a seguire; ma oggi, cercando di scrivere qualche parola che possano raccontare questo romanzo, mi sono detta che l’aggettivo giusto è meraviglioso. Sì, meraviglioso, perché ogni pagina scritta da Andrés Montero e tradotta dalla nostra splendida Giulia Zavagna, è capace di meravigliare il lettore.

E così, quando qualche giorno fa mi è stato chiesto cosa in particolare di questo libro mi sia piaciuto io ho fatto fatica a rispondere, ma poi ho detto: la scrittura, ma anche la struttura… e poi la storia. Insomma tutto, perché L’anno in cui parlammo con il mare è uno di quei libri che mi ha fatta sentire grata di averlo incontrato nel mio percorso di lettrice.

Ma, forse, dei romanzi che si sono amati tanto non si dovrebbe scrivere, perché le parole potrebbero non bastare…

Comunque ci provo: in questo romanzo ci sono due protagonisti principali, due fratelli gemelli Julián e Jerónimo, due gemelli identici, ma molto diversi. C’è il mare che trattiene sull’isola, ma è anche il “mezzo” per lasciare quell’isola. C’è una maledizione e il tentativo di spezzarla. C’è una storia d’amore o, meglio, Milena, Milenita, una donna che fa innamorare tutta l’isola. Ci sono due cimiteri, uno che contiene i resti dei morti, uno che ne contiene solo le anime, il ricordo.

C’è un’isola cilena che non è segnata sulle mappe, ma un’isola che è viva e, non solo scenografia, ma protagonista di questa storia, anzi di queste storie

“… l’isola sa bene che ad attirare la nostra attenzione non è il rumore né il silenzio, non il ruggito del mare né un tremore della terra, nemmeno la luce di una meteora o il rombo delle navi da crociera, nulla di grande, nulla di enorme: ciò che è troppo in vista non ha affatto bisogno di noi […] lei sa bene che a scuoterci sono, invece, quelle minime alterazioni che richiedono una seconda occhiata, un passo indietro, una placida verifica della differenza: tutti quei segnali che si rivelano di colpo e ci fanno capire, affascinati, che sono lì da diversi giorni, a volteggiare sulla nostra isola per a farsi strada tra le crepe dell’uguale.”

L’anno in cui parlammo con il mare è l’incontro di più storie, e ci dice, in fondo, che le storie sono di chi le racconta e di chi le ascolta; sono memoria, ma sono anche manipolazione della memoria, pezzi dimenticati, pezzi di verità e pezzi di immaginazione

“… ci siamo resi conto che semplicemente non ci piaceva come avevamo raccontato quella parte della storia. Non eravamo riusciti a trasmettere la paura di Jeronimo in mare, dicevamo, e ci sentivamo tristi perché non eravamo dei bravi narratori. Avremmo dovuto metterci più onde, più pioggia, più racconto…”

E la voce narrante che incontriamo tra le pagine di Montero è il coro, sono gli abitanti dell’isola, è l’isola stessa. Ed è una voce meravigliosa…

Ma arriviamo alla storia: Julián e Jerónimo sono due gemelli, ma questo l’ho già detto. Julián vive sull’isola, da lì non si è mai mosso; Jerónimo ha girato il mondo come reporter e, ormai settantenne, dopo parecchi anni che non vede il fratello, fa ritorno sull’isola. E sull’isola rimarrà bloccato in quanto nel mondo è scoppiata “la brutta cosa”, la pandemia.

“Allora il vecchio è uscito fuori […] per ritrovarsi davanti quell’uomo che gli ricordava tanto qualcuno, e poi accorgersi che gli ricordava sé stesso, anche se quello era ben rasato e ben vestito, come se avesse appuntamento col sindaco e non sapesse che sull’isola un sindaco non ce l’abbiamo.”

L’incontro tra i due sarà un incontro fatto di poche parole, ma la loro storia ci sarà raccontata dall’isola e da quel taccuino che Jerónimo un giorno dimenticherà alla taverna. Scopriremo così la storia della famiglia, il loro passato, quel non detto che genera segreto, ogni menzogna, e anche perché i due fratelli non si sono più visti per tanti (troppi) anni. Scopriremo quanto non si assomiglino, ma che entrambi in modo diverso sanno raccontare storie

“Walter Benjamin. Diceva che a raccontare storie sono sempre stati i contadini o i marinai. Il contadino sarebbe colui che raccoglie la memoria locale, e se ne prende cura, e la trasmette. Il marinaio, colui che va per le acque e torna con storie di altre terre.”

E il coro, gli abitanti dell’isola (come noi tutti) sono ingordi di storie; e continuano a chiedere, a volere sapere, a cercare i tasselli che mancano nelle storie che si sono sempre raccontati

“E adesso, quando guardiamo indietro, verso i giorni in cui abbiamo parlato con il mare, quei momenti di dubbio e frustrazione non sembrano così gravi, come ai marinai le tempeste che hanno vissuto in alto mare non sembrano così terribili una volta che rimettono piede a terra e tornano a incontrarsi con i loro cari.”

E non aggiungo altro, pur sapendo di non aver raccontato molto, ma non voglio togliere al lettore o alla lettrice che deciderà di approdare sull’isola di Montero il piacere di perdercisi un po’ e di provare lo stupore che solo poesia e bellezza possono regalare. Buon viaggio…

“… perché anche se le fiamme devono mantenersi alte e ballerine ancora per un po’ abbiamo bisogno che da un momento all’altro si arrivi alle braci, che si apra la rossa penombra e ci cadano addosso le stelle.”