Lawrence Osborne – Adelphi – traduzione Mariagrazia Gini
«…il resto dipenderà da lei, Buford, e non credo che le sarà così difficile integrarsi con la gente del posto, che non è gente sofisticata. Li stupisca: è questo che deve fare. Faccia il Gatsby».
«Forse non ha capito che Gatsby…».
«No, ho capito. Era una battuta. In realtà noi vogliamo che lei sia, se possibile, poco appariscente: discreto. Un giovane ricco che vive solo. Deve evitare tutti i suoi vecchi amici del posto, e anche la sua famiglia…»
Ho scelto questo scorcio di dialogo per iniziare a parlare de L’angelo in fiamme, perché credo che queste poche righe dicano già molto di ciò di cui Osborne parla non solo qui, MA nella sua opera: l’incontro (lo scontro?) tra ciò che è “Gatsby”, ricchezza, capitalismo, “primo” mondo e realtà che spesso sono ai margini per questioni di denaro o per questioni di nascita,
«… Deve fare il Gatsby».
«Il Gatsby?».
«Non dite così, voi? Ho letto l libro l’estate scorsa, Un interessantissimo ritratto dei costumi americani: Mi sembra che in cinese si intitolasse Principe del capitalismo».
realtà che abitano il secondo o il terzo mondo, o vivono in un mondo in contrasto con le metropoli; realtà che, spesso, con il capitalismo hanno poco a che vedere
«I Citak non hanno un termine per indicare noi» scrisse. «Non hanno idea di cosa siamo. Non chi, ma cosa. All’inizio credevano che fossimo kakua, stregoni. Ma il pastore gli guarisce le ferite con le garze di Bactine e hanno cambiato idea. Ora siamo solo gente-di-fuori-dalla-foresta»
Realtà o situazioni che i protagonista di Osborne, spesso, vedono come inferiori, facilmente malleabili, perdenti. Ma che poi scopriranno non essere proprio così…
Osborne nei suoi racconti ci ripropone i temi a lui cari; l’uomo (o la donna) che si trova in una situazione di scelta, di disagio, di isolamento. Lontano da quelli che sono i suoi soliti appigli, il luogo di appartenenza, in un mondo sconosciuto o quasi. Un personaggio che deve fare i conti con se stesso, oltre che con una situazione ostile, posto davanti a una scelta morale, che si augura di non dover mai fare i conti con le proprie decisioni o che il momento della resa dei conti avenga il più in là possibile.
“Non era stata la paura, in quel momento. Era stata la certezza che la sua vita sarebbe cambiata in entrambi i casi, eppure c’era una differenza tra le due strade che improvvisamente gli si erano aperte davanti. Il vitello è più libero del suo macellaio, e la strada delle vittima è in qualche modo più scorrevole. Dentro di sé un assassino non ha dove nascondersi. Se avesse obbedito a Mendes, ora sarebbe stato libero, ma solo nel mondo esterno. Il suo mondo interiore sarebbe caduto nelle tenebre.”
E, come al suo solito, ci restituisce personaggi ben disegnati, ci trasporta in luoghi così vivi da sembrarci reali, ci regala storie che lasciano l’amaro in bocca o il senso di giustizia, nonostante tutto. Dialoghi perfetti, sempre, nei quali non cambieresti una virgola, come del resto in tutta la scrittura dell’autore.
Detto questo, come in quasi ogni raccolta, non tutti i racconti sono allo stesso livello; ma possiamo definire un noir magistrale quello che dà il titolo al libro, dove un architetto assume una domestica sorda per aiutare la moglie incinta, ma l’arrivo della ragazza porterà a un susseguirsi di conseguenze che, ovviamente, non sarò io a raccontarvi.
Capace di tenere il lettore incollato alla pagine è il racconto che apre la raccolta, dove un broker americano a Hong Kong, per evitare la rovina accetterà un patto con un ambiguo banchiere.
Dal finale inaspettato il racconto Il marinaio, dove un uomo e una donna verranno abbandonati su un’isola in Oman e assisteranno a qualcosa che non avrebbero dovuto vedere.
Per citarne solo alcuni, ma Osborne ci porterà anche in Mongolia, nelle Hawaii, in Indonesia, a Cuba. Insomma nei “suoi” luoghi esotici (ma non solo), quindi il lettore di Osborne non potrà che sentirsi a casa.
Detto questo, Osborne per me (e io lui lo amo di amore profondo), dà il suo meglio nei romanzi; o almeno a me è mancato un poco l’ampio respiro al quale ero abituata con lui. Anche perché, a mio avviso, alcuni di questi racconti, avrebbero potuto avere uno sviluppo molto più ampio, senza peccare di essere prolissi.
Ma questo non toglie il fatto che leggere Osborne è sempre un privilegio per noi lettori.

