Victor Heringer – Safarà – traduzione Vincenzo Barca
“Ogni idillio finisce con una tempesta e dalla tempesta all’alluvione il passo è breve. […]L’alluvione diventa un diluvio e il diluivo un oceano. Poi sopravviene il lutto, che si stende lento e calmo sulla superficie della acque, ma in fondo è fertile: il plancton viene a galla, si formano i coralli, nascono pesci e alghe, polpi e banchi di delfini e balene che sputano acqua verso l’alto e la persona in lutto a un certo punto si riprende. […]come il tentacolo amputato di un polpo. […]Anche quando viene reciso, il tentacolo del polpo resta vivo e va in giro in cerca di cibo. Quando trova qualcosa, la cattura e fa il gesto di portarsela alla bocca, come se ancora fosse collegato al corpo.
Ancora oggi, io vivo il lutto del polpo, il lutto di un pezzo di polpo, anzi di un pezzo davvero ridicolo, perché i tentacoli del polpo si rigenerano come le code delle lucertole.”
Ho scelto questo passaggio per iniziare a raccontare L’amore degli uomini soli, perché voglio che sia chiaro fin da subito che questo libro non è per tutti (ammesso che esistano libri “per tutti”). Perché questo libro non è per chi cerca una storia lieve, per chi cerca sempre il lieto fine, e non è per chi cerca una narrazione lineare dove la trama vinca sui sentimenti, così come si percepiscono con la distanza del tempo. Per chi non ama i romanzi dove la formazione avviene attraverso il dolore
“Noi non immaginavamo la crisi che da mesi travagliava il matrimonio dei nostri genitori. Non sapevamo chi governava il Paese. Vivevamo sotto la strana dittatura dell’infanzia: guardavamo senza vedere, sentivamo senza capire, parlavamo e nessuno ci prendeva sul serio.”
Per chi non vuole essere toccato dal lutto nelle storie e per chi non crede nel primo amore, o in un amore che, pur durando poco, durerà per sempre.
“Mi piacerebbe poter dire che ho vissuto due anni in due settimane con Cosmim, ma non è esatto. Vent’anni. No, queste cose non succedono. Abbiamo vissuto quattordici giorni.”
Questo libro non è per chi non ha il coraggio di affrontare una scrittura capace di darti un pugno, che non ti sveli ogni dettaglio, perché come nella vita non ci è dato sapere sempre tutto
Ma bando alle ciance e arriviamo alla storia di Camilo.
Estate 1976 quartiere periferico di Rio de Janeiro: Camilo è un ragazzino di tredici anni storpio, costretto a muoversi con le stampelle o con il bastone, è nato con il cordone attorno al collo
“Ho sempre pensato di essere venuto al mondo non per starci, ma per esserci stato, per aver vissuto, aver fatto. Sono nato postumo. Sono nato morto tra le braccia di mia madre, soffocato dal cordone ombelicale, viola, violetto; il medico mi ridiede vita soffiandomi in bocca. Il mio primo bacio.”
vive con la sorella Joana e i genitori, una coppia in crisi: lei sempre chiusa in camera a lucidare la sue imitazioni di uova Fabergé, lui medico con il probabile compito di tenere in vita i prigionieri da torturare. Ma questo Camilo lo scoprirà dopo, perché la narrazione che ci viene proposta è quella del ricordo, quella di un Camilo ormai adulto.
“Non mi lasciavano giocare per strada. Un ragazzo storpio non sarebbe durato molto nella mani della teppaglia del quartiere. Joanna non poteva uscire perché era femmina. Leggevamo, disegnavamo, la televisione all’epoca non era un gran diversivo.
Io non ero ancora la iena di oggi. Avevo un mondo intero da vivere, prima che finisse.”
ma un giorno il padre porterà a casa Cosme, un ragazzino silenzioso e misterioso, ma capace di imporsi, un ragazzino che attirerà da subito l’odio di Camilo. Ma ben presto quell’odio sarà sbaragliato dalla furia potente del primo amore
“Con il passare del tempo, l’immagine del mio Cosmim si è via via sbiadita. Non ricordo più tanto bene com’era la sua faccia, solo un abbozzo, frammenti sfruttati milioni di volte nella fantasia: la sua faccia quando assaggiò un limone senza zucchero, le smorfie della prima volta. Un sorriso stanco alla fine di una partita. L’arco delle sopracciglia immobile in un pomeriggio noioso.”
un primo amore destinato a scontrarsi, però, contro un fatto tragico. E qua mi fermo.
Victor Heringer ci regala un romanzo triste, intriso della malinconia del ricordo e di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.
Un romanzo intriso di solitudine e della ricerca di un appiglio, di un modo per andare avanti, per dimenticare un mondo dove pare che a vincere sia sempre l’odio
“L’odio non ha ragione né scopo. L’amore serve alla perpetuazione della specie umana, protegge dalla sterilità e dalla solitudine più funesta. L’odio è più grande, ha più tentacoli e parla con più bocche dell’amore. L’amore è una funzione fisiologica, l’odio è una fame sublime e furiosa. È la ragione per cui siamo la specie dominante del pianeta. L’odio è la perpetuazione della specie.”
anche se, alla fine, così non è. Perché è l’amore quello che agisce per strade misteriose
“Nessuno si ricorda dove comincia l’amore. Le molle dell’odio sono sempre più chiare: il momento in cui lei ha detto che sei una merda, la pietra che ti hanno tirato nel ristorante kosher, la bomba in casa della zia a Gaza, il giorno dopo che non sei stato invitato. […] In quel momento sarebbe potuto cominciare l’odio, ma così non fu.”
e la speranza forse…
Ultima considerazione: geniale la divisione di tutto il genere umano in tipologie che si “inseguono” per tutto il romanzo
“Sono certo che la mia classe è servita da modello per tutti gli esseri umani del pianeta. L’intera specie era riassunta in quelle quaranta persone (me compreso), tutte le tendenze e i temperamenti vi erano rappresentati. Tutti gli uomini e le donne, tutte le guerre, tutte le schiavitù e i divorzi e le polizie, il germe della storia intera. L’umanità non va oltre quelle quaranta tipologie”
Ultimissima cosa: è bello L’amore degli uomini soli, dolorosamente bello. E ringrazio Libreria Periferica che, attraverso la sua newsletter, me lo ha fatto incontrare.

