L’amore al tempo dei cambiamenti climatici

Jofef Pánek – Keller editore – traduzione Letizia Kostner

“Stando ai sondaggi scientifici sulla felicità planetaria i più felici stanno proprio qui, a Bangalore, India, dove non hanno niente, ma sapete già, ve l’ha detto lei appena l’altro ieri, che qui il principio di causalità fa cilecca, che non sono felici perché non hanno nulla, ma perché non gli resta altro da fare.”

Un uomo incontra una donna. La donna indossa un paio di jeans. L’uomo fotografa la donna. La donna gli dice di cancellare la foto perché non indossa il sari. Siamo in India, siamo a Bangalore e lui, l’uomo, è un scienziato ceco (ma che ha girato il mondo) che si trova lì per una conferenza, ed è il nostro protagonista.

“È una donna nera, quella che i vostri colleghi vi hanno detto che è nera e puzza e che l’unico suo chiodo fisso è filarsela dall’India”

L’uomo e la donna si incontrano ancora, per caso, e questa volta la donna indossa il sari, e lui la trova meno bella, ma nonostante questo la vuole rivedere

“… in India, la terza parte del mondo, e questo ve lo dirà lei domani stesso, una ragazza in genere a cena con voi ci viene solo dopo un anno di frequentazione. Mai, vi dirà domani lei, figuriamoci poi il I° giorno, verrà con voi a prendere una birra. E vi dirà ancora: e il fatto che a prendere la birra in India non ci si vada, non è neanche il punto principale.”

Succede poco più in questo romanzo di Josef Panek. Perché questo romanzo è fatto da lunghi monologhi del protagonista: monologhi fatti a se stesso (o a noi lettori se volete) e conversazioni spesso a senso unico. Conversazioni che, parlando di vita forse anche banale, ci racconta due società a confronto, ci racconta i preconcetti che una ha nei confronti dell’altra

“Io però lo so che sei ricco. Hai vissuto in Norvegia e in Australia e sei dottore, no?”

Ci parla di quel razzismo che nell’epoca “della comunicazione elettronica e dei cambiamenti climatici a livello globale, ma anche all’epoca dell’immigrazione globale […] non è solo assurdo da un punto di vista morale, ma è diventato da un pezzo anche tecnicamente impossibile…”

Ma ciò che sorprende (travolge) di questo romanzo è lo stile della narrazione. Una narrazione non in prima, né in terza persona, ma in quinta, che pare essere quasi un dialogo tra il narratore e il suo protagonista. Una narrazione che è flusso di pensiero, dove i punti compaiono raramente e dove per tirare il fiato devi appoggiare il libro sul comodino. Ed è una narrazione a tratti circolare, quasi claustrofobica, dove i concetti vengono ripetuti e ripetuti ancora, usando le stesse parole, come un mantra, come un’ossessione. Come (ma solo per fare un esempio) il concetto che le  donne indiane vogliono andarsene dall’India e che gli uomini indiani, quelli che sorridono sempre, anche

“vi confidano comunque di desiderare l’Europa, una radio, un computer portatile e più di tutto un orologio come quello che ha lei, gli spiegate, io non ce l’ho l’orologio, e loro vi ripetono come un disco rotto, lo desidero lo stesso.”

E come quella maniglia che serve ad aprire la finestra della stanza dell’albergo per cercare un po’ d’aria. Quell’unica maniglia in tutto l’albergo…
È una storia d’amore “L’amore al tempo dei cambiamenti climatici”? Direi di no, direi che è la storia di un uomo che si è perso nel tempo dei cambiamenti climatici.

 

L’amore al tempo dei cambiamenti climatici è il settimo Libro Vagabondo, la proposta di Libreria Pagina 27 di Cesenatico (FC)