Tiffany Tavernier – Clichy – traduzione Tommaso Gurrieri
“È un sabato qualunque. Mi vesto nella penombra, stando attento a non svegliare Élisabeth. In fondo alle scale Jules non c’è più, sennò mi avrebbe accolto con guaiti di allegria. In cucina, avvio la macchina da caffè elettrica e tiro fuori una tazza dalla credenza. Dalla finestra spunta l’alba, le foglie delle querce fremono. Di fronte non si è ancora alzato nessuno.”
Inizia così il romanzo di Tiffany Tavernier, inizia raccontandoci l’ultimo momento di tranquillità o di serenità del suo protagonista, Thierry. Inizia con il suo sguardo fuori dalla finestra, a quella terrazza che sta ancora finendo di costruire, in quella casa lontano da tutto (o quasi) che ha voluto abitare, nonostante la moglie non fosse proprio concorde,
“La vista è così bella da qui. Alberi e solo alberi. È quello che mi ha entusiasmato di più quando abbiamo trovato questa casa. Questo lato selvaggio tutto intorno. Per Élisabeth no. L’idea di vivere in un posto così isolato le faceva paura”
quella casa che ora che il figlio è andato a vivere all’estero, abitano da soli. Accanto a loro quei vicini che sono diventati amici, compagni di cene condivise, di cibo e alcol, di dolci regalati e attrezzi di lavoro prestati. Guy e Chantal.
Ma quella mattina, quel sabato qualunque, qualcosa cambia e cambierà per sempre. Un rumore distrae Thierry dai suoi pensieri e, nel breve, la casa di Guy e Chantal è circondata dalla polizia. Nel breve la polizia è ovunque, anche in casa di Thierry ed Élisabeth.
“Come a me, la vista del nastro segnaletico le ha fatto un terribile effetto, ma soprattutto il loro numero, la precisione dei loro gesti. Alla fine ha fatto una doccia e si è messa quel vecchio maglione che di solito sceglie quando dipinge. È solo scendendo che ha notato i due piatti vicino alla televisione. Un tale disordine, che avranno pensato?”
Sapranno poi, sapremo poi, che Guy è un assassino ricercato da tempo per aver ammazzato almeno sette ragazzine.
A Élisabeth e Thierry viene chiesto di ricordare, di leggere i diari che hanno scritto, di trovare dettagli che possono essere utili nella ricerca dei cadaveri delle vittime.
E loro sono costretti a rivedere tutto, con un’ottica differente, ricordando un rumore, un comportamento strano, un vetro rotto, una lenzuolo scomparso: cose che non sembravano importanti, ma che ora sì
“Ogni briciola di ricordo è una lama che affonda un po’ più profondamente. E allora sì, le immagini e il rumore della televisione, tutto piuttosto che quell’inferno. Mi avvicino per abbracciarla. Mi respinge parlando delle mie mani che «li hanno toccati».”
magari se avessero capito, si dicono, avrebbero anche potuto salvare qualche vita. Magari…
Tavernier, per raccontarci questa storia, sceglie lo sguardo di Thierry, un uomo chiuso e di poche amicizie, un uomo che in Guy aveva visto, appunto, l’amico
“Io, «il tuo amico»! Ti avevo concesso tutta la mia fiducia. Chissà quanto ti aveva fatto ridere incontrare un idiota simile. E ora, Élisabeth, a pezzi in salotto. Élisabeth che correva al minimo lamento di Chantal e che ogni volta che escogitava un dessert si fiondava a portarne un pezzetto a te, Guy, che i suoi dessert li amavi così tanto, e che la rendevi così orgogliosa con i tuoi complimenti.”
Ne esce un atto di accusa, un dialogo serrato con quel Guy in carcere che non vuole parlare, un dialogo che avviene tutto nella testa di Thierry. Ma anche il racconto di un cambiamento, perché questo “colpo di scena” nella vita del nostro protagonista, sarà la svolta che lo porterà verso l’abisso certo, ma anche al porsi delle domande, al rivalutare alcune scelte fatte.
L’amico è una di quelle storie che ti trascina dentro e che devi leggere tutto in un fiato e questo per merito di una scrittura serrata e quasi claustrofobica, che ti fa entrare nella testa, non del serial killer, ma di colui che di quell’uomo si fidava.
“Posso anche proseguire la lettura, ma i miei occhi tornano invariabilmente sulla stessa breve frase. Uno a posto, vedrai…
Ho scritto così.”
Di colui che ora si sente tradito, abbandonato ancora una volta.
Un romanzo potente che ci mette di fronte alla consapevolezza che il male potrebbe nascondersi anche là dove non avremmo mai sospettato potesse vivere.
Unico appunto all’epilogo che io avrei evitato, fermandomi alla pagina prima.

