Ioanna Pârvulescu – Voland – traduzione Mauro Barindi
“Pochi anni prima del 1900 le giornate erano capienti. La gente vibrava come i fili del telegrafo, era ottimista e credeva, mai come prima e mai come dopo, nella forza della scienza, nel progresso e nel futuro. Capodanno, perciò, era diventato il momento più importante: l’inizio, continuamente rinnovato, del futuro.
La testura del mondo autorizzava ad avere i pensieri più folli e, spesso, i pensieri più folli si trasformavano in realtà.”
Siamo a Bucarest, negli ultimi tredici giorni del 1897. Per la precisione il romanzo si apre il 19 dicembre che, ovviamente è un venerdì.
Quel giorno due uomini vengono ritrovati distesi nella neve: uno è un uomo che appare essere subito “strano”, diverso, straniero. Non ha il cappello, non ha né barba né baffi, quando si sveglierà sembrerà non ricordare da dove viene, ma sa di essere un giornalista. La popolazione inizia a farsi domande e a darsi risposte anche: è un marziano, è un uomo venuto da oltreoceano, da un altro mondo, forse da un altro tempo.
“… e aveva constatato due cose: primo, che il nome era stato scritto con “K” e “tz”, per quanto l’uomo si fosse firmato, di suo pugno, nel verbale, usando le più normali “C” e “t””
L’altro è un giovane uomo ferito che vivrà solo per poco e prima di spirare pronuncerà delle parole che paiono senza senso.
Un giallo quindi? Un mistero certo, ma soprattutto un pretesto narrativo che la scrittrice sceglie per farci entrare nella Bucarest di fine Novecento, in quel momento che è sul limite del cambiamento, dove la fiducia nel futuro, come dice l’incipit che ho citato all’inizio, può essere ancora leitmotiv dell’attesa del nuovo anno.
Così mentre l’indagine sui due casi procede ed è consegnata nelle mani di Costache, il lettore fa la conoscenza dei personaggi di quello che definirei un romanzo corale, dove ognuno ha una voce, una vita, a partire da quella Bucarest che Pârvulescu riesce a rendere viva, a farcela passeggiare, respirare, sentire con tutti i sensi.
Conosciamo così Iulia, attraverso il suo diario.
“Con il diario inaugurato ieri, ho cominciato una nuova vita. La mia vita, quindi, comincia venerdì. Sono arrivata al XXV capitolo del libro, “in cui i personaggi principali si apprestano a lasciare Brighton”. Quanto a noi, abitanti di Bucarest, tutti i personaggi principali sono arrivati in città, dove rimarranno almeno fino a Capodanno.”
Iulia che è forse colei che tiene insieme i fili di tutta la storia: figlia di un medico, alterna le parole che scrive con quelle che legge, ha con sé sempre una copia del romanzo Vanity fair e non perde occasione per chiedere a chi incontra come tradurrebbe quel titolo
“La mia previsione per il mondo di domani – disse Iulia – è che sarà una fiera delle vanità o un mercato delle illusioni. E prevedo inoltre che le donne non porteranno più il corsetto – disse, dopo di che arrossì come un peperone e si impappinò.”
Iulia e il suo amore per quello che pare essere un uomo “poco raccomandabile”, un uomo che passa da una donna all’altra, ma che un giorno è rimasto invaghito di una ragazzina che ha visto dormire e della quale ha immaginato il colore degli occhi. La nostra Iulia, ovviamente, che rivedrà diversi anni dopo quel primo incontro.
“Poi lo guardò dritto in volto e lui vide degli occhi verdi, da fanciulla. Lei non sapeva di essere l’eroina cercata a lungo, non sapeva di essere la sua bella addormentata, e ora con gli occhi aperti sembrava aver perso ogni mistero. L’aveva immaginata in modo così intenso con gli occhi azzurri che l’essere smentito lo irritò. Non aveva ancora imparato che ogni difetto in simili casi, gioca a favore dei sentimenti.”
Conosciamo Nicu, il fattorino. Un bimbo di otto anni che pare essere sempre di corsa, sempre alla consegna di missive, giornali o pacchi. Un bimbo con una madre non sempre materna, un bimbo che vuole regale un colombo al suo amico del cuore, ma che poi a quel colombo si affeziona e decide di tenerlo con sé.
Entriamo nella redazione del quotidiano (la stampa è un’altra protagonista di questa storia) e conosciamo zi’ Cancel
“Di natura zi’ Cercel non era curioso, il lavoro come portinaio per un grande quotidiano lo aveva portato a incontrare tantissima gente nella sua vita. Gli esseri umani non gli suscitavano più alcuna curiosità. Era per questo che allevava colombi.”
E molti altri personaggi che lascio a voi il piacere di incontrare, qualora vogliate addentrarvi nella Bucarest di La vita comincia venerdì.
Ma Pârvulescu ci racconta anche la quotidianità, le strade, le case. La vita nella redazione di un giornale e la sua lotta con un giornale antagonista. Ci parla di duelli e di una legge che li sta per vietare, di calendari differenti e del mistero di un’icona sacra scomparsa. Il tutto sfiorando la politica e la storia.
La vita comincia venerdì è un romanzo che brulica di personaggi e che è stato capace di farmi divertire in modo intelligente il lettore. Capace di portarmi altrove nello spazio e nel tempo, nonostante io lo abbia letto proprio in quei giorni lì: i giorni di attesa dell’anno nuovo. Anche se la nostra attesa è molto diversa da quella di fine Novecento a Burarest, dove un poco più di speranza nel futuro poteva ancora esserci…
“Non so se questo mondo sia reale, ma so che la mia mente è fatta in modo tale che esso non possa che sembrarmi nient’altro che reale. Non so se un giorno ci capirò qualcosa di più, ma so che fino all’ultimo istante vorrò scoprirlo.”

