Sergej Dovlatov – Sellerio – traduzione Laura Salmon
“La chiusi. All’interno rimbalzarono sonore le palline di naftalina. Il mucchio variopinto del suo contenuto giaceva sul tavolo della cucina. Era tutto ciò che avevo messo insieme in trentasei anni, durante tutta la mia vita in Russia. Pensai: ma davvero è tutto qui? E risposi: sì, è tutto qui.”
Solo tre valigie sono concesse a chi lascia la Russia da emigrante.
“Solo tre valigie?! Ma come si fa con tutta la roba?”
Ma come dice Dovlatov nella prima pagina de La valigia, protestare non aveva senso, quelle erano le disposizioni. E, anche se ci prova, alla fine Dovlatov si renderà conto che per lui sarà sufficiente quell’unica valigia che dà il titolo a questa raccolta di racconti, di episodi o, meglio, di ricordi.
Perché La valigia è questo: otto racconti, otto capi di abbigliamento, otto momenti di nostalgia del passato di un esule, otto personaggi.
“E così emigrai lasciando nell’appartamento vuoto una montagna di calzini di crespo. Solo tre paia li infilai in valigia.
Mi fecero tornare in mente la mia criminosa giovinezza, il mio primo amore e i vecchi amici.”
E così, come in quel giochino che viene ricordato nella postfazione del libro, quel giochino che è anche test psicologico e che invita a scegliere dodici oggetti indispensabili da portare su un nuovo pianeta, Dovlatov sceglie, e sceglie in base a ciò che alcuni oggetti possono ancora raccontare. Sceglie quei pezzi del suo guardaroba che portano con loro una storia, perché forse è tutto lì: forse solo ciò che racchiude un ricordo, un momento triste o allegro, una risata o un dolore, un amico o, magari anche, un nemico, ha senso che trovi un posto in quella valigia.
“È necessario chiedersi se davvero si possiede qualcosa di insostituibile, di necessario o almeno di «caro».
È deludente scoprire che viviamo circondati da oggetti senza Storia e senza storie. Che gli oggetti non sono più tramandati, ma acquisiti e sostituiti vorticosamente.”
(dalla postfazione di Laura Salmon)
Le storie che ci racconta Dovlatov sono pregne di malinconia, ma anche di ironia. Ci raccontano di amicizia e di incontri, di amore e di storie che stanno in piedi aggrappate all’indifferenza del tempo che passa
“In questi anni i nostri amici si sono innamorati, si sono sposati e si sono separati. Hanno scritto sull’argomento versi e romanzi. Si sono trasferiti da una Repubblica all’altra. Hanno cambiato occupazioni, convinzioni, abitudini. Sono diventati dissidenti o alcolizzati. Hanno attentato alla vita altrui o alla propria.Tutt’attorno sorgevano e crollavano con fragore mondi meravigliosi e misteriosi. Come corde tese allo spasimo si spezzavano rapporti umani. I nostri amici rinascevano e morivano alla ricerca della felicità.
E noi? A tutte le tentazioni e gli orrori della vita contrapponevamo la nostra unica facoltà, l’indifferenza. Ci si può chiedere: cosa c’è di più duraturo di un castello costruito sulla sabbia?… Cosa c’è, nella vita familiare, di più resistente e affidabile dell’apatia di entrambi i coniugi?… Cosa ci si può immaginare di più prosperoso di due stati ostili incapaci di difendersi?…”
Ci parlano di differenze sociali
“Questo capitolo è la storia del principe e il povero.”
di ferite inferte da una cintura rinforzata per diventare arma, e di un giaccone consumato dal tempo, ma rivalutato perché appartenuto a un artista. Di vestiti eleganti e di un colbacco condiviso, di quei calzini che avrebbero dovuto portare ricchezza.
Sono pennellate quelle di Dovlatov, che contengono la nostalgia dell’esule per un luogo, forse, ma anche per un tempo andato. E, mentre leggi questi racconti, lo immagini proprio quell’esule seduto sopra la valigia semivuota, con uno sguardo al futuro e uno a quel passato che si sta lasciando alle spalle. E pensi a quella valigia che contiene poco, quasi nulla, se non quelle storie che diventano ponte, ancora, legame con ciò che si deve lasciare.
La valigia, al momento è fuori catalogo, ma speriamo che presto Sellerio decida di ripubblicarlo…

