La tua assenza è tenebra

Jón Kalman Stefánsson – Iperborea – traduzione Silvia Cosimini

“A volte il destino si ribalta, e tu ti trovi davanti a due scelte difficili.
Due scelte, nessuna delle due è quella giusta.
Eppure lo sono entrambe.”

Leggere Stefánsson è un’esperienza, lo sto ripetendo da giorni ormai. Quando entri in un suo romanzo entri in un mondo che odora di Islanda, certo, ma soprattutto di poesia. E, infatti, io i romanzi di Stefánsson non riesco a leggerli tutti in un fiato, devo centellinarli, devo gustarmene un pezzetto al giorno, come faccio quelle poche volte che mi trovo di fronte a un libro di poesie. Non vorrei finisse mai, ma poi, a un certo punto il romanzo, come tutto del resto, finisce.

Come la vita stessa pare dirci Stefánsson, come la vita di ognuno di noi

“Muori e la vita continua il suo corso senza intoppi, si comporta come se tu non fossi mai esistito. Non si ferma mai, nemmeno per una frazione di secondo, che importa chi muore, che importa in quanti muoiano, lei continua inarrestabile, perfettamente indifferente, e noi siamo costretti a seguirla, siamo costretti a lasciarci dietro chi è caduto, lo abbandoniamo, lo lasciamo indietro per seguire la vita. La vita è sempre una fuga che porta comunque verso la sua direzione. Il paradosso governa ogni cosa.”

Ed è di vita e di morte che parla La tua assenza e tenebra o, dovrei dire, anche di vita e di morte. Di vivi che incontrano i morti, e lo fanno attraverso la narrazione del ricordo, attraverso la ricostruzione della storia di legami familiari, attraverso il racconto di quelle scelte che determinano le vite, la felicità, l’amore

“Tu scegli un’opzione, e impari che a volte tra felicità e infelicità ci corrono solo due lettere.”

All’inizio del romanzo l’autore ci fa incontrare la voce narrante, un uomo che si risveglia senza memoria in una chiesa. Accanto a lui quello che potrebbe essere il diavolo. Inizia così il suo viaggio in un luogo dove non riesce a riconoscere (ricordare) nessuno, ma tutti sembrano conoscerlo

“… qualcuno o qualcosa ha cancellato tutta la mia esistenza, mi ha spento, per poi collocarmi su una panca della prima fila nella vecchia chiesa, dove mi sono svegliato in un’amnesia totale, con il diavolo tre file più indietro. Avendo scordato tutto quello che mi riguarda. L’unica cosa che so è che mi manca moltissimo qualcuno, e che con tutta probabilità sono stato innamorato di Sóley. In altre parole, mi hanno cancellato la vita e i ricordi,  ma non l’amore. Significa allora che è più forte della morte, che sopravvive sempre, e che è l’unica cosa che ha la possibilità di spostarsi tra le galassie?”

dove tutto diventa un pretesto per raccontare storie passate, relazioni antiche e soprattutto grandi amori, perché l’amore che racconta Stefánsson è sempre un amore totale, un amore che spinge al sacrificio, un amore per il quale si può anche decidere di abbandonare tutto. E il suo è quasi sempre un amore a prima vista, un amore che travolge anche per un semplice sorriso, o per uno sguardo

“Una persona che ha il coraggio di piantare tutto per uno sguardo. Finché c’è qualcuno che lo fa, la vita non si fossilizza”

ma, attenzione, quell’amore non è mai melenso, mai scontato. E un amore che sa attendere le distanze di spazio e tempo, che sa arrendersi anche a non avere un futuro, perché c’è a prescindere da tutto, anche se rimarrà scritto solo in qualche lettera o in un ricordo. Ed è un amore che viene messo davanti a una scelta: abbracciarlo e quindi viverlo, oppure lasciarlo andare per non rendere infelice qualcun altro, un marito, una moglie, chi prima di quell’amore c’era.

Stefánsson pare chiederci (o chiedersi) se è possibile capire quale sia la scelta giusta, e se una scelta giusta in fondo ci sia.

“Non dovremmo definire che cosa sia il coraggio, che cosa sia la viltà, identificare il momento in cui tradiamo e quello in cui seguiamo il cuore? Senza dimenticare che ciò che a qualcuno sembra un crimine imperdonabile qualcun altro lo ritiene il coraggio di commettere un crimine perché la vita non soffochi. Per questo l’amore si accompagna sempre al dolore, e il tradimento siede accanto a loro sulla stessa barca.”

ma ci dice anche, anzi ce lo ripete più e più volte che bisogna scegliere, bisogna rischiare, altrimenti nulla a senso, altrimenti non si vive proprio

“La cosa peggiore di tutte, e la più terribile, è morire così piano che quasi non te ne accorgi. È una sconfitta, una tragedia. Vieni battuto senza avere la possibilità di difenderti. Sconfitte del genere finiscono di rado sulle prime pagine della vita, e meno che mai nelle opere dei poeti. Sono in pochi a farsi portavoce delle cose che muoiono così lentamente che nemmeno ce ne accorgiamo. Su questo non si compongono poemi epici, né tragedie. Sono dei banali martedì, degli esangui mercoledì.”

Questa cosa del banale martedì, o mercoledì è proprio una fissa di Stefánsson, già trovata in altri suoi romanzi ed è un dettaglio che, personalmente, adoro! Come tutta quella musica, che accompagna la sua narrazione sempre; ne La tua assenza è tenebra abbiamo la playlist della morte, quella che ascoltiamo durante il viaggio e che conduce noi e tutti i protagonisti a una festa, una festa che a me ha fatto venire in mente  il ballo de Il Maestro e Margherita (romanzo che comunque viene anche citato).

Non sto raccontando nulla della trama, o molto poco, perché sarebbe troppo complicato e, soprattutto, inutile. Come detto leggere Stefánsson è un’esperienza che va oltre la sinossi o la storia stessa, perché quello che fa di questo autore un grande autore del quale ti innamori follemente è la scrittura, tutto il resto viene dopo. La trama forse non riuscirai nemmeno a comprenderla del tutto, ma del resto come lo scrittore fa scrivere a uno dei suoi personaggi

“Credo che anche l’amore e la felicità siano fondamentalmente illogici. Immagino che siano una musica, che non deve essere compresa ma solo apprezzata, vissuta.”

Non mi resta che dirvi: immergetevi in La tua assenza è tenebra, io mi consolo con l’idea che ho ancora molta dell’opera di Stefánsson da recuperare.