La tregua

Mario Benedetti – Nottetempo – traduzione di Francesco Saba Sardi

“Mi mancano solo sei mesi e ventotto giorni alla pensione. Devono essere almeno cinque anni che calcolo quotidianamente quanto mi resta da lavorare. Ho davvero così bisogno di non fare niente? Mi dico di no, che non è tanto di ozio che ho bisogno, quanto di un lavoro che mi piaccia. Ma quale?”

Inizia con queste parole #latregua di #mariobenedetti ed è anche con queste parole che io ho fatto la conoscenza di questo autore. Il primo romanzo di Benedetti che leggo e, già so, che non sarà l’ultimo.

Un uomo è prossimo alla pensione, ha quasi cinquant’anni, è vedovo e ha tre figli. È un uomo grigio, un uomo che si chiede cosa farà dopo, quando non dovrà più andare in ufficio, quando non dovrà più recarsi in un luogo altrettanto grigio, fatto di persone per le quali non nutre particolare affetto

“In ufficio non ci sono amici: ci sono individui che si vedono tutti i giorni, che si irritano da soli o con gli altri, che raccontano barzellette o le stanno a sentire divertiti, che si scambiano lamentele e si comunicano rancori, che spettegolano sui dirigenti in generale e adulano ogni direttore in particolare. È quel che si chiama convivenza, ma solo per una specie di miraggio la convivenza alla fine può sembrare amicizia.”

ma poi arriva lei, una collega, una giovane collega, una sua sottoposta e qualcosa cambia. Prima a piccoli passi, a sensazioni, a indizi, a grandi dubbi e sensi di colpa. A paure

“Impossibile che, alla mia età, d’un tratto compaia questa ragazza, che non è neppure proprio bella, e divenga il centro della mia attenzione. Mi sento nervoso come un adolescente, verissimo, ma quando guardo la mia pelle che comincia a cedere, quando vedo queste rughe attorno agli occhi, queste varici alle caviglie, quando al mattino sento i miei colpi di tosse da vecchio decrepito, assolutamente necessari perché i miei bronchi comincino la loro giornata, ecco che non mi sento più un adolescente, bensì ridicolo.”

Poi con l’irruenza dell’amore.

“Le strade vuote, senza autobus, senza niente. E io nella mia stanza, nel mio letto a una sola piazza, in quest’oscuro, greve silenzio delle sette e mezza. Fossero almeno già le nove, io alla mia scrivania, di tanto in tanto, scoccherei un’occhiata alla mia sinistra e scorgerei quella figurina triste, concentrata, inerme.”

Benedetti ci racconta una storia d’amore, lo fa con l’espediente del diario che diventa, quindi, confessione sincera di un uomo che cerca e trova un modo per uscire dalla sua solitudine, da una vita macchiata dal dolore, dalla poca comunicazione, dall’andare avanti giorno dopo giorno, perché così si deve fare.

Un uomo che si illude, forse, di poter sfuggire al suo destino, che spera,

“Adesso so che la mia solitudine era un orribile fantasma, so che la sola presenza di Avellaneda è bastata a spaventarlo, ma so pure che non è morto, che sta raccogliendo le sue forze in qualche immondo scantinato, in qualche periferia della routine. Per questo, solo per questo, mi spoglio della mia sufficienza e mi limito a dire: speriamo.”

che per un momento dimentica che, alla fine è sempre la vita a decidere che vento fare soffiare.

Benedetti ci racconta ci racconta l’innamoramento di un uomo maturo, di un uomo che ormai ha avuto e dato tutto: ha avuto un matrimonio, ha figli che ormai di lui non hanno più bisogno, ha un lavoro che sta per finire, ha cinquant’anni (e a me fa un po’ orrore pensare che quei cinquant’anni in questo libro sembrino così vecchi, ma questo è un altro discorso…). Ma a quell’uomo la vita concede una tregua: una storia d’amore, la possibilità di avere un appiglio, un luogo al quale poter appartenere, una ragione per vivere.

Unica nota negativa a questo libro (non al romanzo) è la copertina, a mio avviso decisamente brutta e respingente, e della quale io non ho capito il senso.