La settimana scarlatta

Francisco Tario – Safarà – traduzione Raul Schenardi

La bambina domanda: «Che cos’è un uomo comune?».
Il bambino risponde: «Quello che non diventerà mai un fantasma».
(Musica da cabaret)


In questo semplice “domanda/risposta” tra due bambini Francisco Tario pare volerci dire che ciò che fa parte del nostro pensare e vivere comune non potrà mai entrare in una storia di fantasmi. O, forse, per estensione, che a lui non interessa parlarci di ciò che non va oltre il naturale; che a lui interessa portare il lettore in un suo altrove fatto non sempre (o quasi mai) di domande che trovano una risposta.
 


“Fu una notte tetra e misteriosa durante la quale il vento soffiò, rabbioso, il mare si infranse incessantemente sugli scogli, e il commerciante di stoffe si vide assediato da ogni sorta di incubi e terrori. Quando un uomo abitudinario e goloso si accorge un bel giorno dell’esistenza della fantasia e di qualcos’altro, di colpo si rivela come un invidiabile lunatico o come un poeta dei più sublimi.”
(La polka dei pretini)


E così i racconti di Taria ci regalano storie che pretendono la nostra sospensione dell’incredulità, storie che ci trascinano in mondi dove una polka può iniziare a risuonare nelle orecchie degli abitanti di un paese, fino al momento in cui quella polka pare rapire e far sparire chi ha avuto la disgrazia (o la fortuna?) di sentirla; dove un norvegese cerca un appartamento per le vacanze in Irlanda, ma pretende che sia un luogo dove sia stato commesso un delitto, e arrivando sul luogo si accorgerà di non essere l’unico.
 


“Mr. Joergensen trasalì. E se i fantasmi, sfuggendo a ogni formula rettilinea, fossero dipesi esclusivamente e cosmicamente dalle forze astrali? Enumerare le stelle, classificarle, aprire un fascicolo. Oppure, in un altro modo: classificare quei molteplici occhi sbalorditi che lo guardavano nel caos. E un’idea brutale – improvvisa come ogni buona idea gli passò per la testa: Mr. Mac Grath era pazzo. Mr. Mac Grath era un fuggitivo, un alienato.”
(Aureola o alveolo)
 


Dove un uomo, durante una partita a scacchi con il suo dottore, sostiene che di aver paura dell’anestesia, perché l’anestesia non è altro che una morte. Non sapendo che poco dopo dovrà subire un’operazione.

 

“Voi provocate la morte, non il sonno. Mentre dormo, se una zanzara mi punge, mi sveglio e la scaccio. A un cadavere potete amputare le gambe e le braccia e non farà una piega. Evidentemente in quello che producete c’è qualcosa di superiore, superiore anche alla morte stessa! Non ve ne siete mai resi conto? Ammazzate un uomo – questa è la parola – per il tempo che vi serve: lo sventrate, lo fate a pezzi e poi li riunite.”
(Ciclopropano)

Oppure un ministro muore per poi resuscitare, un uomo crede di essere un fantasma, o una nave si trasforma in un luogo popolato da persone sempre più grottesche e folli. Fino ad arrivare all’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, dove il sogno e il reale si incontrano per terrorizzare gli abitanti di un paese, attraverso crimini che paiono essere senza un esecutore


“Neri e magniloquenti caratteri funerari di un pollice d’altezza annunciavano al pubblico che il battesimo era stato convalidato: La settimana Scarlatta.
[…]
Ogni eventuale disgrazia, gli sconvolgimenti importanti, tutte le sciagure umane devono essere presieduti da titoli adeguati che corrispondano per intensità e fonetica alla gravità stessa della calamità. In questo modo, e grazie a deduzioni molto logiche, la vittima sente di essere valorizzata, innalzata, giustificata, diciamo, nella sua cruenta tortura.”
(La settimana scarlatta)


Francisco Tario ci porta e ci lascia sempre in bilico tra reale e irreale, tra grottesco e spaventoso, tra la vita e la morte. I suoi sono, appunto, racconti infestati, racconti capaci di inquietare, che forse il lettore (almeno io) non riuscirà a comprendere fino in fondo, ma, del resto, stiamo parlando di fantasmi, di pazzia, di sogni e mi pare giusto non riuscire a dare una risposta proprio a tutto. Certo è però che sono racconti capaci di affascinare il lettore, di sorprenderlo e di trasportarlo in un altrove.
E, aggiungo, capaci anche di far sorridere qua e là


“Di notte lasciava la sua dentiera in un bicchiere d’acqua bollente, su un comodino di mogano. Però una notte, di soppiatto, la dentatura andò in sala da pranzo e si mangiò tutti i biscotti.”
(Musica da cabaret)