Boris Vian – Marcos y Marcos – traduzione Gianni Turchetta
«È terribile» disse Colin. «Sono allo stesso tempo disperato e terribilmente felice. È molto piacevole avere così tanta voglia di qualcosa».
«Vorrei» continuò «essere disteso in un prato con l’erba già un po’ secca, su una terra inaridita e sotto il sole, sai, quell’erba gialla come la paglia, che si spezza facilmente, con nugoli di bestioline e un po’ di muschio, anche lui secco. Tu ti metti con la pancia a terra e guardi. Bisogna che ci sia anche una siepe con delle pietre e degli alberi contorti, e tante foglioline. È una cosa che ti fa sentire notevolmente bene».
La Schiuma dei giorni è una storia d’amore. La Schiuma dei giorni è una storia d’amore surreale ed è un messaggio per dirci, che l’amore può anche essere doloroso, devastante, destinato a finire (come tutto del resto), ma vale sempre la pena di essere vissuto.
«Io ho tanta voglia di innamorarmi…»
dice Colin, il nostro protagonista, un ragazzo che vive in un appartamento popolato da topini simpatici che si arrampicano sui bicchieri, da un cuoco che prepara piatti ricchi ed elaborati, e da invenzioni assurde e fantastiche, come quel piano capace anche di preparare cocktail perfettamente in sintonia con la musica che suana.
Colin ha talmente voglia di innamorarsi che si innamora a prima vista di Chloé e Chloé di lui; basta loro una festa, un ballo, una passeggiata
“In un angolo della piazza Colin aspettava in piedi Chloé. La piazza era rotonda e c’erano una chiesa, dei piccioni, un giardinetto pubblico, delle panchine, e, dall’altro lato, automobili e autobus che correvano sull’asfalto. Anche il sole aspettava Chloé, ma lui poteva anche divertirsi a fare le ombre, a far germogliare dei semi di fagiolo selvatico negli interstizi più appropriati, a far sbattere le persiane e a far morire di vergogna un lampione che era stato acceso da un operaio dell’Azienda elettrica soltanto per incoscienza”
Ma la loro storia non è destinata a durare, la malattia aspetta Chloé dietro all’angolo e, anche la malattia, come ogni cosa in questo romanzo, non sarà una malattia ovvia, normale, reale. Dentro a Chloé inizierà a crescere una ninfea e la giovane donna sarà costretta a letto, circondata da quei fiori che paiono dar lei sollievo.
«In questo momento mi va male tutto»
«È così» disse l’antiquario. «Non ci può andare sempre bene».
«Ma potrebbe anche non andare sempre male» disse Colin. «Dal momento che ci ricordiamo sempre meglio i momenti belli, si può sapere a che servono quelli brutti?»
Leggere Vian (per me questo il primo incontro con l’autore) presuppone che tu faccia un patto in anticipo con lui, che tua sia disposta ad accettare che il mondo reale scivoli nel fantastico; in un fantastico fatto non solo di appartamenti che si rimpiccioliscono seguendo il decorso di una malattia o di due soli che illuminano (sempre meno) le vetrate di un corridoio
“Diede un violento pizzicotto alla punta di un raggio di sole che stava per raggiungere l’occhio di Chloé. Il raggio si ritirò indolentemente, e cominciò a passeggiare sui mobili della stanza”
Ma anche di parole inventate e di un racconto di vita completamente fuori dagli schemi
«A me non interessa che tutti gli uomini siano felici, ma che ciascuno lo sia»
Oltre che di amore e di amicizia, Vian ci parla di lavoro e di come il lavoro sia “sopravvalutato”, di come sarebbe meglio poter vivere senza. Deride e ci fa sorridere, oltre che farci pensare e un poco soffrire anche, e ciò che ne esce è una favola (triste), a suo modo parecchio moderna, pur essendo una favola scritta nel 1946

