Sorj Chalandon – Keller edizioni – traduzione Silvia Turato
«Quando il sipario si alza, gli attori sono in scena, occupati a non vederci, protetti dalla quarta parete».
«La quarta parte?»
Avevo già sentito quell’espressione senza conoscerne il senso.
«La quarta parete è quello che impedisce agli attori di scopare col pubblico» ha risposto Samuel Akounis.
Una facciata immaginaria, che gli attori costruiscono a bordo scena per rafforzare l’illusione. Una muraglia che protegge i loro personaggi. Per alcuni un rimedio contro il panico. Per altri il confine del reale. Un recinto invisibile, che a volte rompono con una battuta rivolgendosi alla sala.
E la quarta parete è anche quella che protegge Georges dalle immagini della guerra, quella che gli fa credere di poter esaudire il sogno di un amico e andare a Beirut a mettere in scena l’Antigone di Anouilh, con attori di fazioni diverse, di religioni diverse. Nemici nella vita, in quella realtà che rimane (o dovrebbe rimanere) all’esterno del teatro.
“Imane ha sorriso. Poi ha inspirato, tesa, i pugni lungo il corpo. Ha abbassato la testa, cercando in fondo a sé uno sguardo che non fosse il suo. Charbel ha capito cosa stesse facendo. L’ha imitata. Ha smesso di respirare. La ragazza ha rialzato la testa. Il ragazzo ha aperto altri occhi. Il momento era magnifico. Due attori che si misuravano. Non cristiano, né sunnita, non Libanese, né palestinese. Due personaggi di teatro. Antigone e Creonte. Lei lo provocava. Lui la sfidava. Lei si sarebbe spinta fino alla morte. Lui fino a ucciderla. Sono rimasti immobili un minuto, il corpo spinto in avanti, tesi l’uno vero l’altro, afferrandosi con gli occhi senza parlare. Simone si è schiacciata la mano sulla bocca. Le altre donne erano immobili. All’improvviso Imane è scoppiata a ridere.”
Ma cosa succede se la quarta parete crolla? Può un paese in guerra dimenticare quella guerra? E può un uomo che l’attraversa tornare a casa, a Parigi, e accettare che un bambino scoppi a piangere perché gli è caduta una pallina di gelato al cioccolato?
Chalandon è giornalista oltre che scrittore e questo lo si sente perfettamente nella sua narrazione della guerra,
in quelle immagini così visive che lasciano nel lettore lo stesso effetto di una scena vista al telegiornale della sera, e forse anche di più.
Dettagli dolorosi che trafiggono, morte accatastata per la strada, assassini che non risparmiano nessuno
«… Si racconta solo del sangue dei morti, mai delle risate degli assassini. Non si vedono i loro occhi al momento di uccidere. Non li si sente cantare vittoria sulla strada del ritorno. Non si parla delle loro mogli, che esibiscono le camicie insanguinate di terrazza in terrazza, come bandiere.»
Ma non c’è solo guerra ne La quarta parete, c’è l’amicizia che spinge a continuare il sogno di un amico, nonostante il pericolo, nonostante una famiglia da lasciare a Parigi; c’è il teatro, una tragedia da provare e mettere in scena in un luogo dove il rischio di morire non è così da sottovalutare; c’è il tentativo di fratellanza, di far coesistere, almeno sul palco credo diversi. Di mettere da parte tutto per diventare personaggi in una storia,
“Mi sono messo in testa la kippah di Sam. Voleva che il Coro fosse recitato a capo coperto, in nome di tutta la sua famiglia. Lo zucchetto di suo padre doveva mescolarsi alla kefiah, al turbante, al fez, alla croce a mezzaluna. Perché anche Salonicco fosse lì, in quel luogo, quella sera, davanti a tutti.
«Sarai l’ebreo» mi aveva detto.
Gli avevo risposto che non ne avevo il coraggio. Non si diventa ebrei per grazia di un berretto di velluto.
«Ti fai troppo domande. Un personaggio è un personaggio…»”
E c’è lo splendido modo di narrare di Chalandon: intenso, doloroso anche, e sempre perfetto. Chalandon è uno di quegli autori che una volta incontrato vuoi recuperare in tutto ciò che ha scritto.
Leggendo la quarta parete mi è spiaciuto non avere nozioni più approfondite sulla guerra che fa da sfondo alle vicende e che, a un certo punto, farà irruzione in modo più deciso. Poi mi sono anche detta che ogni guerra è diversa ma, in fondo, nel suo dividere e distruggere è uguale. E che quindi forse non serve sapere molto di più del fatto, forse scontato, che la guerra è ciò che di più mostruoso e assurdo l’uomo abbia inventato.
«… Non c’è nessun’altra tragedia qui oltre a questa guerra»

