Non ho una scrivania dove poter lavorare, un luogo dove poter disporre computer, agenda e cancelleria varia.
Ho una borsa nera che contiene tutto questo, dove decanta, in attesa che provi a raccontarlo, anche quel libro che ho appena terminato di leggere.
Non ho un luogo mio da diverso tempo, da quando sono tornata a casa dei miei per un periodo che si è protratto più del previsto, perché sono successe cose, perché non ho ancora capito quale sarà il mio luogo definitivo e, forse, anche perché un poco mi sono affezionata a questa sorta di limbo che sto vivendo.
Non ho un ufficio dove potermi sedere, accendere il computer e mettermi a costruire quel sito che sto continuando a fare e disfare, a non vedere mai abbastanza bello, a pensare che ci sia sempre un margine di miglioramento.
Ogni giorno parto con la mia borsa nera a tracolla, una borraccia di tisana, le mie matite e il mio temperino e raggiungo la biblioteca. Quando arrivo il bibliotecario o la bibliotecaria di turno mi sorride con la gentilezza di un ruolo ma anche di chi, ormai, riconosce il mio viso.
Ho imparato ad amare questo luogo che mi manca quando non posso esserci, e sento sempre meno il bisogno di una scrivania tutta mia. Mi piace partire con la mia borsa nera e la mia agendina, che è solo un piccolo quaderno sul quale ho tracciato griglia e date, fitta di appunti da spuntare.
Mi piace a fine giornata cancellare un altro giorno di cose programmate, assaporare la sensazione di un passo avanti fatto.
Mi piace essere circondata da ragazzi che studiano, tra borracce colorate, portatili, libri e fogli bianchi da riempire; il loro bisbiglio educato e rispettoso; mi piace persino essere la meno giovane della stanza.
Mi piace ricordare che questa è stata la biblioteca della mia infanzia, che molto di ciò che ho letto da ragazza l’ho preso da questi scaffali. Avere un appuntamento con questo luogo mi fa credere di averlo anche con quella ragazza che sono stata, con quella lettrice che qua dentro ha iniziato a nascere.
Mi piace rivolgere lo sguardo a quelle finestre che si affacciano sul paese che è il mio e, per un momento, credere in questo senso di appartenenza.
Mi piace questo silenzio…

