Stavano parlando di naufragi e di storie di mare, di mostri sotto al letto e di mostri nella vasca da bagno quando una bambina ha alzato la mano per dire:
Io sono stata morsa da una medusa e ho ancora il segno.
Ha alzato la gamba mentre lo diceva, quasi a sottolineare che non stava mentendo, quasi a dire che il suo piccolo corpo aveva già una cicatrice testimone di un’esperienza.
Ho pensato alla spontaneità dei bimbi, alla magia di quella spontaneità. Al fatto che per ognuno di loro ogni momento che raccontano sia un momento importante e lo sia semplicemente perché è un momento che hanno vissuto loro, un fatto loro. Una loro storia.
Ho pensato a quante volte mi soffermo prima di parlare, a quante volte mi preparo un discorso. A quella domanda che ieri ho preparato nella mia testa per poi non fare, perché io non alzo mai la mano, perché io penso sempre che ciò che dico può suonare banale, sciocco, inutile. E poi mi pento, perché quell’occasione non tornerà e io la mia risposta non la potrò più avere. Nulla di grave per carità, ma è un limite che ogni volta mi riprometto di abbattere, per poi non farlo.
Ho pensato che forse la leggerezza è anche questa: il non pensare troppo, il buttarsi, il credere che le nostre cose siano importanti
e, se non dovessero esserlo per gli altri amen, lo sono per noi. Anche se sono sciocchezze, anche se solo noi possiamo capirle. Anche se la domanda non otterrà la risposta sperata.
Ieri mattina Pordenone era attraversata da bimbi in fila per due e senza il resto di uno. In piazza mi sono fermata per far passare una fila un po’ più disordinata delle altre e ognuno dei bimbi di quella fila mi ha salutata; ho sorriso, li ho guardati passare e li ho salutati con la mano. Una bimba aveva un cerchietto con le orecchie e i brillantini. Due bimbe si raccontavano con parole fitte fitte cose loro.
Ho ripensato a quell’amica che la sera prima ha detto un ti voglio bene, solo perché aveva voglia di dirlo e, forse, mi sono detta, anche questa è leggerezza.

