La gioia del vagare senza meta

Roberto Carvelli – Ediciclo

“Il vero flaneur, la vera flaneuse non camminano per trovare ma trovano perché camminano. E, talvolta, proprio non cercando può capitare di fare i migliori incontri.”

Mi ero imbattuta tempo fa nel termine flaneur, che avevo scoperto essere famoso per colpa (o merito) di  Boudelaire, e che indica chi passeggia senza meta, senza un luogo dove andare, senza un punto d’arrivo o una commissione da fare, oziando un poco insomma, ma vedendo nell’ozio la sua eccezione positiva. Avevo adorato subito questo termine e questa filosofia, perché è la mia. Perché questo è il modo in cui io visito i luoghi, le città che conosco e quelle che incontro per la prima volta.

“Mi sono accorto davvero di camminare solo quando ho iniziato ad andare senza nessuno. Per conto mio. Senza uno scopo, financo il minimo volteggiare tra il teatrino delle botteghe delle commissioni.”

Questo piccolo manuale, scritto da Roberto Carvelli, racconta come l’arte della flanerie (dovrebbe essere insegnata nelle scuole, sostiene!) debba essere praticata: in solitudine, senza fretta, concedendosi anche il tempo di fermarsi, di bivaccare, ma soprattutto di osservare e di diventare parte del luogo che si sta attraversando, di concederci la possibilità di accogliere l’imprevisto e la meraviglia

“Flanare coinvolge l’osservazione di persone comuni, colte nel loro comune vivere: il guidatore di treni innamorato che fa fischiare la locomotiva per salutare l’amata, la modella di una boutique, la cartomante. […] la flanerie non è un atto di separazione dal mondo almeno quanto non lo è di compromissione con il medesimo”

Portatevi un taccuino, prendete nota di ciò che osservate, di ciò che incontrate, suggerisce l’autore. Il flaneur è anche un cronista, perché

“La flanerie è un atto di intrufolamento” ed è un atto libero, sostiene Carvelli. E mi sento di appoggiarlo in pieno.