Ayase Maru – Add editore – Traduzione Ozumi Asuka
“Lungo la strada per il centro benessere, notò diversi giardinieri impegnati a potare le siepi. In vari punti del quartiere, infatti, siepi e arbusti allungavano con vigore i loro rami frondosi, crescendo al punto da traboccare dai limiti prestabiliti. Spesso gli alberi davanti alle case sporgevano di molto sulla strada, con tutti i pericoli annessi.
La cosa era strana, fosse stata ancora piena estate avrebbe capito, ma era già autunno inoltrato.”
Rui è la moglie dello scrittore Nowatari Tetsuya, diventato famoso per il suo romanzo dal titolo Rui (lacrima), romanzo breve e autobiografico, dove si racconta la storia di una coppia, comprese le loro vicende amorose. Romanzo che ha, evidentemente, Rui, la moglie, come musa ispiratrice e protagonista.
“È amore, pensò d’istinto Shirosaki. I coniugi Nowatari non condividevano solo anima e corpo, ma avevano scavato nella carne e nelle ossa per mettere a nudo ciò che c’era oltre, la dignità e persino la vergogna, immolando le loro esistenze in nome di quell’arte chiamata letteratura.”
Tetsuya non si è posto alcun problema nel rendere pubblico ciò che avrebbe (forse) dovuto rimanere privato e, di certo, non ha chiesto il parere a Rui. A una donna
“… le donne erano un peso. Quando aprivano bocca, le loro richieste erano anche legittime – la vita, la quotidianità, l’amore, il dovere… – ma imponevano come ovvie idee soffocanti che avrebbero massacrato chiunque. Non concedevano luoghi semplici, tipo il parco della domenica, dove bastava saltare dall’alto per sentirsi un supereroe.”
E Tetsuya non si fa scrupolo alcuno nell’utilizzare nuovamente Rui per il suo nuovo romanzo, Il giardino verde, la vicenda di una donna che un giorno, come atto di protesta contro un marito che sente esserle infedele e che comunque sente essere prevaricante, decide di ingerire dei semi
“Ci mise una ventina di minuti per finire il contenuto della ciotola, poi prese dal frigorifero una bottiglia di acqua minerale da due litri, riempì un bicchiere e lo bevve tutto d’un sorso, inclinando la testa all’indietro.
A quel punto si accascio a terra ondeggiando come un albero abbattuto alle radici.”
e si trasforma in pianta, fino a diventare la foresta che trabocca nel titolo
“Tuttavia, quando notò la finestra al primo piano, quel dolce sentimento si dissipò come nebbia.
I vetri erano coperti da foglie verdi. Cos’era successo?
Quella non era però l’unica stranezza. Il terreno libero accanto a casa Nowatari, sebbene si trovasse nel bel mezzo di un quartiere residenziale, era invaso da una boscaglia lussureggiante e incolta. Gli arbusti erano così fitti da non lasciare intravedere oltre.”
una foresta che diventa luogo dove potersi nascondere, ma anche luogo, attraverso il quale, Rui urla e pretende di essere ascoltata. Di contro a un luogo dove le parole sono unico potere e proprietà del marito
“C’era sempre qualcosa che non tornava.
E questo qualcosa era molto più grave che essere o non essere descritta in un romanzo, lavorare o non lavorare, avere o non avere figli, ma lui non se ne sarebbe mai reso conto. Nella loro relazione, era Tetsuya a detenere il potere della parola e finché non era lui a individuare il problema, per quanto grave, era come se non esistesse.”
La foresta trabocca è una sorta di Alice nel paese delle meraviglie in versione perturbante, perché la foresta di Rui diventa davvero un mondo fatto di sogni e visioni del passato, fatto di scale che scendono e di librerie avvolte da piante rampicanti. Un mondo capace di proteggere chi cerca una fuga, ma anche di svelare qualcosa a chi quel qualcosa vuole vedere o ascoltare.
Un romanzo che, come quella foresta, riesce a invadere il lettore. A disturbarlo forse, e farlo con l’originalità di una scelta di protesta che, pur essendo potente, ha la dolcezze e la bellezza della natura. Una delicatezza, a mio parere, molto giapponese.
Unica pecca, a mio avviso, c’è un po’ troppo spiegone nel finale, là dove (credo) ogni lettore avrebbe dovuto e assolutamente potuto tirare da solo le conclusioni.

