Rebecca Kauffmann – SUR – traduzione Alice Casarini
“Come avevano fatto a cavarsela tutti così facilmente, si chiese Wendy a proposito di suo padre e dei suoi fratelli, con i loro fischiettii e i loro progetti di visitare le cascate del Niagara? Come avevano fatto a sfuggire gli uni agli altri, senza risentirne neanche un po’? Wendy sapeva che la vita era ingiusta. La vita ti attaccava e basta, e continuava a farlo. Non esisteva altro. Qualsiasi cosa al di là di quello, qualsiasi cosa di simile a una speranza, era solo un’ipotesi”
Già dal titolo sappiamo che La famiglia Shaw ci parlerà della famiglia Shaw, una famiglia composta da padre e madre e sette figli, una famiglia che nasce in Virginia, in campagna, una famiglia che vede la madre lasciare quei figli orfani quando ancora sono parecchio giovani. Quella morte, sulla quale rimane un grosso punto di domanda, accompagnerà la vita futura di chi è rimasto, se non altro come domanda, come qualcosa di irrisolto.
Quello che mi sono chiesta leggendo l’ultimo romanzo di Rebecca Kauffman è perché la scrittrice abbia scelto di parlare di una famiglia così “fornita”, quando poi i membri di questa famiglia restano non delineati perfettamente e quando, soprattutto, io lettrice con quei fratelli e sorelle sono riuscita a provare poca empatia, se non forse con un paio di loro.
Con la timida Lane, per esempio, che resta incinta a quindici anni (anche su questo fatto aleggia una sorta di punto di domanda) e deciderà di sposarsi, abbandonare la famiglia e andare lontano.
“I libri erano stati i suoi migliori amici per molto tempo. Dato che tutti i suoi fratelli facevano coppia fissa (Wendy e Sam, Jack e Maeve, Henry e Bette) e lei si sentiva sempre esclusa, viveva i suoi momenti più felici quand’era immersa in uno di suoi mondi immaginari lontanissimi”
O forse con Wendy, la sorella maggiore, quella “utile”, quella che non viene mandata a scuola perché deve aiutare in casa: prima una madre malata, poi nella crescita dei fratelli, poi il padre. Quella che impara a leggere da sola e a fare piccoli oggetti con il legno.
“Sarebbe stato strano essere brava a fare qualcosa. Era abituata a essere utile, non brava”
Certo Kauffman ci racconta anche degli altri fratelli e sorelle, ma, come detto, io non sono riuscita a “sentirli” quei personaggi. Non mi hanno commossa, emozionata, li ho trovati tutti abbastanza dimenticabili. E tutti avrebbero avuto delle grosse potenzialità di essere sviluppati di più, avrebbero avuto delle storie da raccontare. Ma, probabilmente, in questa scelta dell’autrice c’è qualcosa che io non sono riuscita a capire.
Stessa cosa per quel segreto, quel mistero che aleggia sulle vite della famiglia Shaw, una bugia che forse troverà la strada per la verità, perché come si legge sul retro del libro, prima o poi la verità si fa sempre sentire o, come dicono i proverbi, tutti i nodi vengono al pettine. Una bugia che è stata protagonista dei pensieri dei fratelli, delle loro conversazioni, delle loro domande e discussioni, delle loro vite, creando anche una certa enfasi nel lettore. Ma poi…
Insomma, concludendo, Kauffman, secondo me, avrebbe dovuto raccontarci veramente questi sette fratelli, avrebbe dovuto regalare loro più pagine, perché alcuni di loro io ho sentito di non averli compresi, di non averli avuti vicini e di loro e delle loro lotte, dei loro dolori, delle loro dipendenze e dei loro amori riusciti o non riusciti, io avrei voluto sapere di più.
«Secondo me, a volte lotti contro qualcosa finché serve. E poi, in qualche maniera trovi un modo di concludere la battaglia, che tu pensi di averla vinta o no, semplicemente perché il tuo cuore non ce la fa più ad affrontarla»
avrei voluto potermi affezionare di più ai fratelli Shaw.
A mio avviso una saga familiare che non riesce a esserlo fino in fondo. Il racconto di un’America che va dagli anni Venti agli anni Cinquanta (con qualche escursione precedente), che è solo tratteggiato.
Ci sono romanzi, ci sono autori, per i quali è sufficiente raccontarci dei dettagli per farci vedere un tutto. Ma non per tutti è così. Ma, ovviamente, questo è solo il mio parere…
Detto questo ci sono degli episodi, dei dettagli sui quali mi sono soffermata, che ho sottolineato e che mi hanno fatto anche provare emozione
“Lane si accorse che più leggeva, più diventava lenta come lettrice. All’inizio pensò che fosse un calo di concentrazione, così decise di seguire ognuno dei pensieri che le venivano mentre leggeva fino alla sua destinazione finale, per capire cosa la distraesse. Scoprì che a rallentarla non erano intrusioni esterne, ma una preoccupazione quasi maniacale per i i personaggi sullo sfondo dei libri, quelli senza nome e senza importanza. […] si rese conto che nella sua mente si soffermava a lungo su personaggi del genere quando questi avevano già assolto da tempo il loro scopo nel libro. […] Anche ciascuno di questi personaggi era protagonista, pensava tra sé, della propria mente e della propria vita; solo che i loro romanzi non erano stati scritti. Quell’idea diede vita a ogni genere di pensiero magico.”

