Alzo lo sguardo dalla tazzina del caffè e la noto.
È seduta con le spalle rivolte all’ingresso del locale, lo sguardo abbassato sulle mani, le unghie che raschiano nervose pellicine intorno alle dita. Sul tavolino una tazzina macchiata di un caffè recente e, sulla sedia accanto, una borsa di tela con libri e riviste.
Un’insegnante, immagino mentre mi accorgo di una sua lacrima che non è riuscita a trattenere.
Distolgo lo sguardo e immagino per lei un amore non andato a buon fine. Chissà perché la mia prima ipotesi è proprio quella, potrebbe essere un lavoro perso o una perdita ancora più grave. O, forse, solo una tristezza dettata dalla solitudine del momento. Li conoscono bene io quei momenti lì, del resto io e lei avremo più o meno la stessa età, mi dico.
Vorrei chiederle qualcosa, offrirle una parola o non so nemmeno io.
Il mio sguardo torna a lei, ma il suo è appoggiato sul nulla di un tavolino di legno che non vede. Scelgo il silenzio, di provare a ignorarla, di fingere di non essermi accorta di quella sua debolezza. Di non violare l’intimità di quel momento suo.
Gli alberi sussultano per un soffio di vento improvviso, una nuvola ripara da un raggio di sole così inopportuno ora. Una donna dai capelli ricci e rossi, seduta più in là, sta scrivendo su un grande quaderno; bambini in fila per due attraversano il parco seguendo il ritmo dettato dalla maestra, le loro voci si allontano per poi sparire. Un cane, un pastore tedesco, passeggia tra i tavoli in cerca di una carezza, poi si siede accanto all’ingresso e attende, in silenzio, il ritorno del suo padrone.
Uscendo passo accanto alla donna triste, vorrei appoggiare una mano sulla sua spalla, dirle che tutto passa. Ma che ne so io se poi tutto passa veramente…

