Maria José Ferrada – Edicola Edizioni – traduzione di Marta Rota Nunez
“Perché ti piace stare qui?” domandava lei.
“Ascolta.” rispondeva lui.
“L’unica cosa che sento è una macchina che si allontana.”
“Per questo.”
C’è un qualcosa di poetico nella scrittura di Ferrada, l’ho trovato nel mio adorato Kramp e lo ritrovo qui, nel suo secondo romanzo. Questa poesia forse arriva dal voler scegliere, ancora una volta, di narrarci una storia attraverso lo sguardo di un bambino, Miguel. Sguardo che per quanto adulto sia, per quanto in alcuni passaggi tu dimentichi l’età di chi osserva per raccontarci, è pur sempre uno sguardo che non vede tutto, uno sguardo lontano da malizia e malignità. Uno sguardo a suo modo puro o, forse dovrei dire, uno sguardo che sceglie questa storia per sporcarsi un poco. Per iniziare a diventare adulto
“Dall’alto, la vita ti mostrava i suoi fili trasparenti. A volte ti veniva voglia di aprire gli occhi per seguire la loro traiettoria; altre volte, invece, preferivi chiuderli e impedire l’ingresso di qualsiasi tipo di luce”
E quell’ “alto” è la vista dal cartello, là dove Ramón, lo zio di Miguel, ha costruito la sua casa ed è andato a cercare il silenzio, allontanando il “rumore del mondo”
“Parole d’amore. Informazioni. Istruzioni. Rimproveri. Risate. Spiegazioni. E ogni tanto uno sparo che, nel mezzo di tutti quegli stimoli uditivi, difficilmente poteva dirsi reale o immaginario.”
Ma si sa che i comportamenti bizzarri, le scelte che allontano dal comune sentire e agire, i cambiamenti che portano in una direzione che costringe gli altri a guardare anche dentro se stessi, spesso sono visti come strambi o, peggio, malsani. Minacciosi
“L’avevano ripetuto fino alla nausea: gli uomini e le donne non erano uccelli. Gli uomini e le donne vivevano negli edifici, dormivano nei letti, lavoravano e, quando scendeva la sera, quegli uomini e quelle donne guardavano la televisione, andavano a dormire e si mettevano a russare. Le stelle, la notte, il vento che soffiava più forte nelle ore in cui dormivano, erano cose che avevano smesso di riguardarli dal momento in cui si erano sbarazzati delle piume, del pelo o del guscio. Perché esisteva una struttura, un ordine. Era così difficile da capire? Era così difficile, Ramón?”
La situazione peggiora quando una comunità di Senza Casa sceglie di stanziarsi proprio lì, accanto al condominio dove abita Miguel con sua madre, accanto al palo che sostiene il cartello
“Forse avrei dovuto intuire in quel momento che Ramón e i Senza Casa cominciavano a condividere una stessa galassia chiamata “il problema”, ma non lo feci.”
La casa sul cartello parla del diverso, parla di come è facile puntare il dito sul diverso, dimenticando anche che prima o poi a tutti capita, o è capitato, di essere l’ “altro”. Parla di fuga da un mondo che sta diventando troppo rumoroso, troppo impegnato ad andare avanti, che si dimentica di alzare lo sguardo verso quelle stelle che ogni sera hanno la libertà di scegliere di affacciarsi. Un mondo che si dimentica anche dell’illusione di poter, un giorno, aprire le ali e spiccare il volo.
Concludo dicendo che, ovviamente Miguel, tu lettore, lo amerai, ma amerai anche Ramón e il suo strano modo di pensare con sempre una birra in mano e, soprattutto, amerai Paulina (il mio personaggio preferito), lei che ordina per colore i flaconi di shampoo sullo scaffale del supermercato, lei che ha capito che quando ami qualcuno, devi avere anche il coraggio di lasciarlo andare.
“C’è un lato dell’amore, a cui non si dà il giusto peso, che consiste nel lasciare che l’altro segua la sua strada.”

