Evelys Scott – Storie effimere – Traduzione Silvia Amalia Di Cocco
“La loro casa si distingueva dalle altre. Ciò che la famiglia aveva voluto nascondere come una vergogna era ormai rivelato al mondo. Il loro dolore non apparteneva più solo a loro. Quando si affacciavano a una finestra e guardavano fuori, la loro diversità li separava infinitamente dalle persone della strada. Erano schiacciati dalla consapevolezza della loro diversità.”
Se state cercando un romanzo familiare, dove la famiglia ricordi (anche vagamente) quella del Mulino Bianco, questo romanzo non fa per voi.
Nella famiglia Farley, non esistono sorrisi, gesti d’affetto o parole d’amore, forse nemmeno di solidarietà e di comprensione. La famiglia Farley è una famiglia profondamente infelice.
Il romanzo scritto nel 1921 ha come scenografia quasi unicamente quella casa stretta del titolo. Stretta forse perché è così che tutti se la sentono addosso, come quella famiglia alla quale sono stati destinati e che vivono come una sorta di triste abitudine.
Mrs Farley pare passare la giornata a occuparsi di pulizie e pranzi, a pensare agli altri per non pensare a se stessa e a quel matrimonio che dietro alla facciata nasconde il tradimento e l’amore di Mr Farley per un’altra donna.
“Per Mrs Farley erano pesci selvatici usciti dal mare, intrappolati nel suo vetro […] Alice e Mr Farley erano per lei un dolore che non voleva ammettere. Li escluse dalla mente. Doveva essere notte, e lei sarebbe rimasta nella notte, dove loro non avevano alcun significato.”
Mr Farley pare vivere trincerato dietro a quella scelta fatta anni fa. Quella scelta più comoda, che pare averlo messo in pace con la coscienza
“Voleva restituire la felicità a sua moglie, per rendersi bello ai suoi stessi occhi. Voleva la quieta pace di una sofferenza già pagata.”
Alice, la figlia, pare invece voler spingere il padre verso la ribellione, verso quell’amore che lei non ha il coraggio di seguire. O, forse, quella spinta ha come solo scopo la sofferenza della madre.
E c’è Laurence, il figlio che pare non prendere mai una decisione, freddo, sospeso tra quella vita che sembra non aver scelto, ma aver accettato.
Come sembra aver accettato, sua moglie Winnie, di ceto più abbiente, bella tanto da guardarsi in ogni specchio, ma malata e insicura dell’amore degli altri, tanto che passa gran parte del tempo a chiedersi se è o meno amata
«L’amore tra un uomo e una donna – l’amore a cui stai pensando tu – non è tutto nella vita, Winnie».
«Ma non potrei sopportare di non avere – di non avere nessuno che mi ami».
Infine ci sono i due figli della coppia, il piccolo Bobby, amato dal padre, in quanto maschio probabilmente e May che pare osservare tutto dalla distanza, nella paura di dire o fare qualcosa di sbagliato
“May si sentì denigrata. Accettava il disprezzo come i poveri accettano l’umiliazione. La disapprovazione indulgente del padre era fondata sulla sua bruttezza, ma lei non riusciva a immaginarsi senza di essa.
Eppure lui non la sgridava mai. Quando la nonna si arrabbiava con lei, lui si limitava a dirle: «Lasciala stare. Non puoi cambiarla». E la coccolava sempre. Ma May sentiva, senza doverselo dire, che la sua era solo gentilezza. E l’accettava con umiltà.”
La casa stretta è un romanzo che non lascia uno spiraglio di speranza, un romanzo nel quale riesci a detestare praticamente ogni personaggio per il loro essere così fermi, immobili, stretti in un ruolo che nemmeno loro sopportano.
Un romanzo gotico nella sua ambientazione claustrofobica e soprattutto in quel passaggio dove Laurence cammina tra le tombe del cimitero che, a mio avviso, è il passaggio più bello e poetico di tutto il romanzo e che termina con queste parole
“Le tombe immobili erano immerse nel silenzio. Il silenzio dormiva. Non conosceva se stesso.
Il silenzio si insinuava fino ai fianchi. Fino al petto. Annegato in se stesso.
Dormiva.
Quando il sole sprofondò oltre l’orizzonte, dalla notte blu rame, gli alberi scuri si agitarono furiosi. Le stelle lontane lanciavano scintille azzurre, come echi di una collera sbiadita. Ma, da una profondità infinita, dalla notte della terra, le lapidi grigiastre affioravano in superficie.”

