Hiroko Oyamada – Neri Pozza – traduzione di Gianluca Coci
“Per alcuni istanti ebbi la sensazione che ci fossimo trasferiti in un posto remoto, un posto dove i giorni e le stagioni si avvicendavano con un ritmo del tutto diverso. Mi affiorarono alla mente il sole di mezzanotte dei paesi nordici, un’isola tropicale dall’estate perenne, ma non avevamo neanche lasciato il Giappone. Anzi, ci trovavamo ancora entro i confini della stessa prefettura in cui eravamo stati fino al giorno precedente.”
Asa e il marito Muneaki lasciano la città per trasferirsi in periferia. Il lavoro di Muneaki lo porta là e Asa non esita un momento a lasciare il suo e seguirlo. Del resto il suo è un lavoro precario, un lavoro dove non viene riconosciuta alla pari di chi un contratto a tempo indeterminato ha.
La nostra coppia non ha figli e non pare abbia intenzione di farne, nonostante questo metta spesso la nostra protagonista nella situazione di dover giustificare la scelta, o la non scelta.
Dicevamo che Asa e Muneaki si spostano in periferia, nella casa dei suoceri di Asa, accanto a loro, senza pagare affitto, quindi per il momento Asa può concedersi di fare la casalinga pur non essendo questo ciò che lei vuole
“Sentivo dire spesso che le casalinghe avevano vita facile e che nessuno era in grado di godersi la vita come loro, con una montagna di tempo libero a disposizione e persino la possibilità di schiacciare un bel pisolino tutti i pomeriggi. Ma molto presto mi resi conto che poltrire e dormicchiare rappresentavano l’unica attività che non richiedesse denaro. Le ore scorrevano con estrema lentezza, eppure le giornate e intere settimane si consumavano con stupefacente rapidità. Ben presto finii per smarrire il senso del tempo.”
Un giorno nota uno strano animale nero e decide di seguirlo
«Secondo me, era un cane. Ce ne sono di tante razze, magari era un incrocio. O tutt’al più poteva essere una grossa donnola, o magari un cane procione. Scusa se insisto, ma i cani procioni non sono come quelli dei cartoni animati, neanche io ne ho mai visto uno dal vivo» No, non era un cane, né tanto meno una donnola o un cane procione. Era una bestia diversa, di quelle che si vedono solo nei sogni.
fino a cadere in una buca. E da qua inizia la parte del romanzo che assume i toni dell’onirico, del fantastico, di una sorta di Alice nel paese delle meraviglie, anche se non so se si può proprio parlare di meraviglie nel caso di Asa.
Incontri strani, luoghi strani, bambini che cantano e parenti che paiono comparire dal nulla e su tutto questo il rumore della pioggia che alterna quello delle cicale
“Depressa, guardai la pioggia dalla finestrella della cucina che dava sulla strada, l’unica dalla quale non si vedeva il nonno. Fuori era deserto: nessun passante, né auto in vista. A parte quella, tutte le finestre erano chiuse, ma il rumore della pioggia rimbombava con eccezionale fragore in tutta la casa. Le cicale erano silenziose, come sempre quando pioveva. Mi venne spontaneo domandarmi: che cosa farebbe una cicala se emergesse dalla terra e piovesse di continuo, fino alla fine dei suoi giorni?”
Un marito che pare non esserci, troppo preso da orari assurdi di lavoro, da un cellulare sul quale digita continuamente parole e da chissà cos’altro. Smarrita in un tempo che pare perdere consistenza, scivolare senza lasciare un segno, se non quelle “fughe” che Asa si crea, si immagina, vive. Chissà…
“Ormai avevo un po’ perso la cognizione del tempo, non mi importava più di tanto che giorno e mese fossero. Mi bastava solo sapere il giorno della settimana, giusto perché mi serviva per mettere fuori l’immondizia e fare la spesa nelle giornate di sconto. Per il resto, il tempo rappresentava più un gran problema.”
Hiroko Oyamada è una voce originale del panorama nipponico moderno, leggerla vuol dire fare un patto con l’autrice, lasciarsi trasportare e sapere, fin da subito, che forse non tutto si capirà, ma individuare anche quelli che sono i suoi argomenti: il lavoro e il suo precariato, la posizione della donna, la maternità o non maternità, quegli animali che compaiono sempre nelle sue storie, una critica a chi va avanti senza guardare chi gli passa accanto
“Ma del resto cosa ci si può aspettare dagli altri? La stragrande maggioranza delle persone non vede ciò che non vuol vedere.”

