La ballata di un piccolo giocatore

Lawrence Osborne – Adelphi – traduzione Mariagrazia Gini

“Il giocatore è una persona sintonizzata sul soprannaturale. È un superstizioso, timorato dei prodigi e dei presagi. È teso per questo motivo. Al tavolo io indosso guanti di capretto, un vizio che mi concedevo da due anni, e anche questa era superstizione. Me li metto all’ultimo momento, dopo che ho testato le carte, e attraverso il loro morbido materiale tasto di nuovo le superfici plastificate. Mi sento pronto a vincere o a perdere.”


Il protagonista, nonché voce narrante, de La ballata di un piccolo giocatore è, ovviamente, un piccolo giocatore. Un uomo che vive a Macao in un albergo, un uomo che passa le sue giornata a giocare a baccarat. Un uomo che non ha altro scopo nella vita, tanto che per lui vincere o perdere sono la stessa cosa e che, anzi, pare godersela di più quando si sente sull’orlo del baratro. Quando sta perdendo.
 

“… lo sanno tutti che non si è giocatori veri finché segretamente non si preferisce perdere.”
 

Lord Doyle, questo il suo nome, o questo è il modo in cui viene chiamato ha, come tutti, un passato, e il suo è in Inghilterra ed è un passato da avvocato. Ma in quel passato c’è qualcosa che non racconta,
 

“Nessuno in Cina sapeva perché ero lì, perché stavo seduto in quel preciso istante a guardare carte da pinnacolo dopo quasi dieci anni di esilio. Non chiedevano mai perché non andavo mai a casa, e nemmeno se avevo un posto dove tornare, e nel caso non avrei potuto rispondere. Non era una simpatica storiella da raccontare a tavola.”
 

Ma del resto lui parla molto poco di sé: non ha amici, ha qualche conoscente (giocatori come lui) e qualche donna con la quale passa qualche notte.
Poi, una giorno o una sera (in questo romanzo il tempo sembra essere inesistente) Doyle incontra una donna, una prostituta che sarà destinata a lasciare un segno nel nostro protagonista e ad avere un ruolo in questa storia

 

“nel profondo di me stesso fui certo che l’avrei rivista: malgrado la città sia una barriera corallina dove i pesci disorientati non si incontrano mai due volte se non per intervento di una dea, a volte la dea interviene davvero. Perdersi ed essere soli è la regola e passano anni prima di accorgersene, ma in una città è sempre possibile incontrare una donna due volte. Non è come vivere nel continente, smarriti fra miliardi di persone. Ci sono centinai di Dao-Ming e migliaia di Tang, ma quando si stabilisce un legame non lo si dimentica più o quasi, e un giorno, ne ero sicuro, avrei ritrovato la ragazza che generosamente indorava il cervo dei monaci di Sando.”

Questo romanzo è, però, quello che si potrebbe definire un “one man show”, è Doyle che fa la storia e lui che ci trascina tra un tavolo e l’altro del casinò; tra un ristorante, un bar e una camera d’albergo. È con lui che soffriamo a ogni puntata, a lui che vogliamo urlare Fermati mentre stai vincendo!


“La Fortuna è la forza che governa l’universo e può crearti o distruggerti in un soffio.”


E questo romanzo ci racconta un’ossessione, una dipendenza. Un uomo che ha sacrificato tutto e sacrificherebbe tutto per il gioco


“La vita è un gioco, pensai o, per dirla con il Corano, un gioco e un passatempo. Un gioco e un passatempo, quindi come tale dobbiamo trattarla. Qui il casinò è il nostro tempio della vita.”


Un uomo disposto a cadere nel baratro per sfidare la Fortuna, o forse anche per evitare la noia.

E a farti sentire tutto questo, come al suo solito, è magistrale Osborne. Come è magistrale nel far calare il suo lettore nei luoghi che racconta: Macao, Hong Kong, la Cina, il fumo e l’odore dei casinò tu riesci a sentirli, perché Osborne (da bravo reporter e narratore di viaggi che è) sa raccontarli molto bene quei luoghi e sa raccontare la gente che quei luoghi popola.

La ballata di un piccolo giocatore non è diventato il mio Osborne preferito, ma leggere questo autore è sempre un’esperienza, perché ti regala sempre una buona scrittura, delle ambientazioni perfette e dei personaggi capaci di trascinarti nei loro tormenti, nelle loro lotte, nelle loro vite.