Karl Geary – Playground – traduzione Massimo Bentini
“Gli altri bambini avevano formato un cerchio intorno a noi, cominciando a strillare, dicevano che eravamo fidanzati e che ci amavamo. Ho sentito qualcosa sul palmo della mia mano, qualcosa di caldo, e mi sono accorta che Seán aveva intrecciato le sue dita alle mie, legandosi a me.”
Anni Ottanta, Dublino, quando questa storia ha inizio, Juno e Seán sono più o meno dodicenni e sono compagni di classe, ma in quella classe (e non solo) sono due emarginati. Sempre nelle mire di suor Marie, picchiati con il righello da Padre Malacky.
Juno, che è anche la nostra voce narrante, è una ragazzina coraggiosa e aggressiva, abituata da sempre a lottare per vivere
“Mi faceva male l’occhio. Era nero e blu, è così che viene descritto un livido: nero e blu. Sono sicura che il primo a parlare di ‘nero’ non si fosse mai preso un cartone in faccia. Ammettiamolo, non aveva approfondito l’argomento, altrimenti non avrebbe trascurato il rosso e l’arancione che regolarmente si presentano subito dopo, il marrone chiaro che arriva ancora dopo, e infine il giallo piscio dei narcisi appassiti. Ecco i veri colori di un livido.”
Seán, che presto diventerà Gambelunghe per Juno, si chiude nella sua timidezza. Si incontrano e si riconoscono Juno e Gambelunghe: due esclusi che arrivano da famiglie che non sono capaci di comprenderli o che non li vedono proprio
«… Avevo provato a tenere un diario, e morivo dalla voglia che qualcuno in casa lo leggesse. L’ho persino lasciato sul tavolo della cucina per tutta una settimana, e non è successo nulla.»
Due ragazzini che decidono, senza dirselo, di essere una la protezione dell’altro, confidenti. Amici.
“«Chi è stato?» ha chiesto suor Maire, rossa per la rabbia
[…]
A quel punto abbiamo risposto tutti e due, contemporaneamente: «Io, suor Marie.»
Eravamo di fronte l’una all’altro e ci guardavamo, e intanto lei ci picchiava, a turno. Ma ormai non ci potevano più fare del male, almeno finché stavamo insieme. Addirittura mi immaginavo che fosse Gambelunghe a colpirmi, e alla fine non era così male, almeno non quando a colpirti è qualcuno cui importa di te, anche se solo un po’.”
Ma un giorno Gambelunghe commette un atto che avrà conseguenze sulle vite di entrambi, facendoli allontanare, forse deragliare anche.
“Alla fine i ricordi sbiadiscono anche quelli belli, quelli che vorremmo conservare. Mi esercitavo con i miei ricordi preferiti, che conoscevo a memoria. Ma non importa, si finisce per maneggiare i ricordi dei ricordi; d’altronde dal carbone si ricava il catrame, non i diamanti. Guardavo le cose dall’esterno. E così è passato il tempo, come un rullo di tamburi. Ho compiuto sedici anni. E poi diciassette.”
E… non vi racconto di più.
Vi dico solo che questa è una storia che parla di papaveri disegnati e cuori ricamati all’interno di una giacca, di una macchina da cucire Singer e di una bibliotecaria buona. Ma è anche una storia che parla di fame e di alcol, di vite ai margini e di disperazione, tanta disperazione, di vivere per strada e di vendere i propri corpi. Ma soprattutto una storia di un’amicizia per la quale si è disposti a sacrificare tutto, di un’amicizia che avrebbe potuto essere amore e che, in fondo, forse amore è stato
“Quella era la nostra stanza, la nostra casa, e ho pensato che fosse perfetta anche in quel denso silenzio che sarebbe durato fino al mattino, simile al silenzio di quando si legge un libro, o meglio, di quando si legge un libro in cui si racconta di due persone che si sono amate, a che sono costrette a separarsi.”
È bello e struggente Juno ama Gambelunghe. Ti fa arrabbiare e commuovere e, ovviamente, voler bene a quei due bambini che poi crescono in modo un po’ incerto e sbandato, costretti a cavarsela da soli. Sbagliando, inciampando spesso, trattando male se stessi, nella convinzione di non meritare di più. E tu che stai leggendo sai benissimo che se quei due bambini, sul loro percorso, avessero incontrato persone diverse avrebbero avuto una vita più lieve, più calda
“In quel momento e in modo imprevisto, ho avvertito il bisogno di piangere per qualcuno che però non si trovava nella stanza. Quel qualcuno eravamo ‘noi’, quel ‘noi’ di diversi anni prima, quando eravamo ancora ragazzini.”

