Invito a pranzo

Alba de Céspedes – Cliquot

“… e lei temeva sempre che le chiedesse di sposarla. Non avrebbe saputo come rispondere perché, sebbene le accadesse d’impensierirsi della vecchiaia, le piaceva vivere sola, insegnare; ogni volta che s’era innamorata, la sua vita era stata sconvolta da un disordine nel quale, in fondo, non si riconosceva.”
(Il muro del liceo)

Diciotto racconti, alcuni lunghi, alcuni molto brevi. Racconti che, nella maggior parte dei casi, hanno come protagoniste donne e come sfondo un’Italia che si aggira intorno agli anni Cinquanta del Novecento.
Diciotto racconti alcuni splendidi, alcuni molto belli e alcuni, forse, minori. Ma (a parte forse un paio che, personalmente, ho amato poco), tutti hanno il tocco del sapersi soffermare sul dettaglio; la capacità di dare spessore a un luogo, a un ambiente o a uno stato d’animo attraverso il particolare.

“Un bambino sul grande terrazzo dirimpetto, è seduto in terra tra vecchi giuochi, vecchi mobili, casse. Anche lui passa la domenica solo, come la vedova, ma ha l’aria soddisfatta, felice. Si vede che sta giocando, col pensiero, e favolose storie si svolgono nella sua mente: forse immagina di essere un re e di avere dinanzi a lui la corte schierata oppure finge di essere un cane e fare la guardia a casa.”
(Domenica)

E così l’attesa del ritorno di una domestica, lascia una vedova alla finestra a osservare lo scorrere di una domenica che non è fatta per le persone sole.
Oppure una pacchetto di sigarette fanno capire a un uomo che la donna di cui è innamorato è già destinata a un altro. 

“Dicevano che avesse avuto molti amanti. Io non lo credevo, non credevo che a lei. Lei non diceva nulla del suo passato e poco del presente, della vita che conduceva. Anche questo riserbo, come tutto quanto era suo, mi conquistava. Le sue abitudini mi parevano raffinatissime, tentavo sempre di imitarla. Del resto, credo di aver persino qualche suo intercalare, di preferire ancora certe bevande che le piacevano… Volevo sposarla. Ero convinto che non avrei mai più potuto amare un’altra donna, che non sarei potuto vivere senza di lei. Sai, le cose che crediamo a venticinque anni…”
(Odore di fumo)

E, come in Odore di fumo, dove l’amore fa cambiare abitudini al suo protagonista, lo stesso amore fa cambiare modo di vedere la vita alla protagonista de Il muro del liceo

 

“Ciò che, prima, ella aveva creduto importante – l’ordine, la libertà, lo studio – era stato travolto da Enrico in virtù di un diritto che a lei pareva antico. Egli l’aspettava dappertutto, la cercava sempre, s’impadroniva della sua vita, saccheggiandola: ma la visione di quell’egoismo, che palesava la debolezza di lui, accresceva la sua pietà e quindi il suo amore.”

 

C’è l’amore quindi, in Invito a pranzo, amore che lo è anche per un’Italia che, dopo la guerra, appare misera a quel capitano inglese che nel racconto che dà il titolo alla raccolta si permette di vederla bisognosa e piena di errori. E si permette di farlo senza nemmeno aver indossato una giacca per sedersi a quel tavolo

 

“Mi domandavo perché si fosse presentato vestito in tal modo, mentre mio marito non osa mai, neppure in agosto, sedere a tavola con me senza la giacca. E m’irritavo con me stessa per la possibilità che egli aveva di prendersi, in casa mia, tale licenza”

 

C’è la paura della solitudine, di una solitudine che discrimina, che diventa croce da portare, perché rende diverse, portatrici di cattivi auspici

“Pensò che era stata la sua solitudine a suscitare diffidenza fra quella gente che, fin dall’infanzia, aveva vissuto al riparo delle vecchie case di pietra ove le generazioni si succedevano senza sorprese: lei non aveva mai avuto altra casa che quella disegnata da sua madre sul marmo del comò; e suo padre portava il cognome dei trovatelli. Anche il suo bisogno di affetto era una prova di debolezza e ormai quella fuga dichiarava la sua sconfitta.”
(La sposa)

 

Il desiderio di famiglia che vincola la protagonista de La sposa, o di matrimonio che induce in tentazione Lucia, in Rosso di sera. Ma su tutto emerge un desiderio di indipendenza, della donna artefice del proprio destino, non solo quando reagisce (lascia o addirittura ammazza il proprio uomo), ma anche quando decide di fermarsi o di tornare.

Ed ho parlato quasi esclusivamente di donne, forse proprio perché sono loro che emergono da questi racconti: le donne di de Céspedes, donne che, nonostante vivano in un tempo ormai lontano da noi, continuano a parlarci

 

“Difesa dalla mia fragilità di inferma, egoisticamente mi compiaccio del mio stato. Penso alle amiche che si vestono frettolose per uscire, che s’arrabbiano perché il vestito non cade bene, che fanno i conti, ordinano la spesa, che formano un numero al telefono e non risponde e, quando infine risponde, parlano, discutono, piangono nel riattaccare il ricevitore; che fanno dipendere tutto della loro vita dall’accento di un uomo. Penso a loro come, quando avevo il morbillo, pensavo alle compagne che nelle aule gelide studiavano fiatando sulle mani arrossate dai geloni. E m’assopisco, soddisfatta, con l’aranciata sul comodino.”
(Gambe rotte)

 

e, ovviamente, di questi racconti sto dicendo poco, per farlo bene bisognerebbe soffermarsi su ogni singola storia; aggiungo solo che Alba de Céspedes vale sempre la pena leggerla, ma questo già lo sapete, e che, in uno dei racconti che ho preferito della raccolta, è riuscita anche a strapparmi un sorriso, raccontando la fine di un amore


«Sono contenta che tu non soffra».
«Anch’io sono contento; ma è difficile soffrire alla mia età.»
«Hai quarantadue anni…» osservò lei.
«Appunto. Bisogna essere più giovani o più vecchi, per soffrire. Allora abbiamo la possibilità di consegnarci totalmente alla sofferenza. Adesso no: adesso il nostro egoismo raggiunge un equilibrio splendido, perfetto. Soffrire sarebbe stato un fastidio: un fastidio che non avrei avuto pazienza di sopportare. Sono proprio contento di avvedermi che non soffro» egli ripeté e finalmente si volse a guardarla.
(Il commiato)

 

(il sorriso non lo strappa qui, ma sul finale del racconto…)

Un’ultima cosa: quando leggo racconti scritti bene, racconti che in poche pagine riescono a raccontarmi un tutto, mi chiedo: Ma perché alcuni lettori continuano a credere che i racconti non siano in grado di appagare la loro fame di storie?