Jane Campbell – Atlantide edizioni – traduzione di Federica Bigotti
“… domani darò ad Agnes la lettera che sua madre mi ha affidato tanti anni fa. Sono più di cinquanta? Quasi una vita. Forse avrei dovuto darla ad Agnes molto prima, ma sempre per tutta la mia esistenza, mi sono preoccupato di non disturbare il corso degli eventi. Di fare la scelta sicura. E, più precisamente, di prendermi cura della piccola.
[…]
Adesso capisco che sono soltanto un vigliacco.”
Tutto, o molto del romanzo di Jane Campell, ruota intorno a una lettera, tanto che forse si sarebbe potuto intitolare semplicemente così: la lettera. Una lettera consegnata da Sophy al fratello il giorno in cui sarebbe morta, una lettera che contiene un segreto o, forse, il racconto di un pezzo di vita di Sophy: l’amore di una notte, una notte di guerra, una passione che è durata solo quella notte e che per Sophy, romanticamente, ha voluto dire amore. Una notte che ha influenzato la vita futura, se pur breve, della donna.
Ma ci si può innamorare di una persona vista per una singola notte?
Evidentemente sì, o così pensa Jane Campbell che, forse, ci dà così la sua prima interpretazione dell’amore.
Ce ne saranno altre, ovviamente, altrimenti il titolo non sarebbe al plurale: amori consumati dal tempo
“Ma in un modo o nell’altro con il passare degli anni eravamo diventati fratelli di sventura. Credo che una persona che annega spesso si aggrappi al proprio salvatore con così tanta forza che entrambi alla fine finiscono per annegare. Tale era la natura della nostra reciproca distruzione.”
Amori dettati dall’affetto o dal legame familiare. Amori che, più che amori, sono infatuazioni; amori che non lo sono più uccisi da un gesto violento, amori che hanno bisogno di essere insicuri per essere rassicuranti
“… quel legame insicuro mi offriva tutta la sicurezza di cui avevo bisogno.”
Quello che ci offre Campbell è lo sguardo su una famiglia (allargata) dove il filo della malinconia, del non vissuto e del rimorso fanno sempre capolino
«Con l’età arrivano i rimorsi, Malcolm. Non si scappa. Comunque, tutto dipende da come racconti la storia della tua vita. Un altro narratore potrebbe dipingerti come un eroe.»
del resto il tema è caro alla scrittrice e già nei suoi (splendidi) racconti Spazzolare il gatto ne aveva trattato abbondantemente, come di quella età avanzata dove si aggira con la maestria di chi sa.
Ma torniamo per un attimo a quella lettera che non avrebbe dovuto avere come destinataria Agnes, ma Joe (Joseph), quel medico che Sophie incontra in una notte di guerra per poi non rivedere mai più. Incontro che potrebbe aver generato Agnes, o forse no,
“Ora noi scopriamo di essere ancora vivi, che le bombe sono finite e i cieli sono sgombri e ci ritroviamo con queste impalcature che ci siamo costruiti in tempi di pericolo che non ci servono più, e che scopriamo essere prigioni e non rifugi, e vogliamo scappare. Abbiamo imparato a vivere con il temporaneo e ora scopriamo di non saper vivere con il permanente.”
Quella lettera che Malcom sceglie di consegnare ad Agnes il giorno delle nozze della figlia della donna, Elfie. Matrimonio al quale in diversi arriveranno con un segreto o, forse, solo con il turbamento delle proprie vite. Con le loro mancanze.
I personaggi di Campbell ruotano intorno a matrimoni, battesimi e funerali, ruotano intorno a incontri, al caso, all’amore nelle sue varie forme forse. E quella che ne esce è un romanzo scritto bene, godibile e scorrevole, con dei personaggi bel delineati nel loro aspetto psicologico, ma, a mio avviso, inferiore ai suoi racconti, dove lo sguardo di Campbell aveva un tocco originale, una carezza delicata sull’età anziana o sul tempo che se ne va. Tocco forse più congeniale alla formula del racconto che al respiro del romanzo.

