Infinito moonlit

Sara Gamberini – NNeditore

“Vorrei chiamarmi Infinito Moonlit, mi ha detto la sera a cena. Se Moonlit è il cognome, papà non si dispiacerò se lo cambio, e per un po’ tutti i suoi quaderni in prima pagina riportavano il nuovo cognome. Il maestro aveva iniziato a chiamarla piccola Moonlit. […]
E i Moonlit hanno cominciato ad abitare il mondo.”

Teresa e Maria sono madre e figlia. Teresa è la madre e Maria è la figlia. Maria è una bimba, ma a volte sembra essere lei la madre di Teresa, lei che in qualche modo la protegge, la consola con il solo fatto di esserci, l’accoglie.

“Ma non appena entravo in camera di Maria e guardavo i suoi sassolini, la statuetta di un leone bianco di guardia su un libro di scuola, una scatola a forma di conchiglia che conteneva un guerriero argentato con la lancia, sentivo la bambina come un gigante, una persona millenaria che sa cosa fare con il bene.”

Maria ha la saggezza di chi crede nel mondo magico, che ci sia un mondo sottile capace di ascoltare, di aspettare, di esserci. Maria non viene compresa da chi la circonda, da compagni e maestre, viene giudicata strana, diversa. Maria ha anche i capelli “diversi”; capelli che le arrivano dal padre, Moussa, di origini senegalesi. E da lui le arrivano anche i racconti che parlano di spiriti, di anime. Moussa è animista e anche Maria lo è.

Teresa intanto sta vivendo un lutto amoroso: si è accorta che Giovanni, l’uomo che ama, non la ama abbastanza, c’è solo quando vuole lui. Forse è un narcisista, forse è semplicemente un egoista. Teresa non ha avuto un’infanzia felice, ha un rapporto non risolto con Dea, la madre. Teresa vuole essere una brava madre

“Chissà se una madre che è stata una bambina infelice può crescere una figlia felice.”

Decidono così di andarsene dalla città e di andare ad abitare la casa nel bosco. Ed è proprio nel bosco che madre e figlia trovano un nuovo equilibrio, e delle nuove consapevolezze, da dove partire e costruire un nuovo futuro

Sara Gamberini ci regala un romanzo che è la presa di coscienza di una donna, che si rende conto che certo tutti abbiamo bisogno dell’altro, che siamo animali socievoli, ma che stare soli non è il male.

“Tanti anni fa mi ha raccontato Maria, chi viveva in montagna, quando nevicava, rimaneva isolato anche per settimane. Per questo era importante avere sempre la legnaia piena e le provviste nella credenza. Le persone non si incontravano tutti i giorni ed erano felici lo stesso. Non c’era fretta di fare amicizia a ogni costo, anche con quelli che non ti piacevano per niente, tanto per dire che conoscevi qualcuno.”

Un romanzo che parla di natura,

“Le persone più belle io le ho viste tra chi è capace di dispiacersi per l’incendio di un bosco o di essere felice se i campi prendono l’acqua, anche se il bosco non li riguarda, non è vicino alla loro casa, senza pensare che quel temporale gli impedirà di andare al mare.”

ma anche di piccoli riti e di famiglia allargata, che ci racconta che l’amore è l’unica strada, sempre: ogni tipo di amore, verso chiunque e nonostante tutto.

“Per lungo tempo non avevo capito che si potesse stare così, amando qualcuno che non ti vuole abbastanza.
[…]
amare inesorabilmente, avere cura dell’amore che resiste, a qualunque costo. All’improvviso mi pareva così naturale amare qualcuno nonostante tutto, trovare un equilibrio per non dover smettere in fretta di farlo, anche se non ricevevo niente in cambio. Come se l’amore avesse dignità solo se ci soddisfa, altrimenti diventa una malattia, qualcosa da eliminare. Il dolore di quando non si è ricambiati è senz’altro acuito, viziato, dal pensiero che si sta amando a vuoto. L’amore che non produce relazioni sensate, a cosa serve? Serve a elevarsi, ad esempio, a imparare ad amare finalmente qualcuno che non sei tu.”

Un libro che consiglierei a chi ha bisogno di curare un dolore, di capire che la tristezza bisogna saperla abbracciare e aspettare che trovi il suo tempo, o la sua strada, per andarsene. A chi dovrebbe imparare a credere che le piccole gioie sono quelle capaci di rendere speciale una giornata, un’abitudine, un luogo.

Ma anche a chi ha bisogno di capire che a volte ci si sente brutti, sbagliati, ma invece semplicemente si è, o si è stati, “amati male”.

Un libro da leggere sospendendo la razionalità e lasciandosi trasportare dal pensiero magico o dallo sguardo di una bimba.