In fondo al fiume Tigri dorme una canzone

Usama Al Shahmani – Marcos y Marcos – Marco Zapparoli

“Come fanno i bambini nella buca della sabbia, quando scrivo anche io gioco. Scavo in me stesso, costruisco un edificio con le parole, senza la certezza che i miei figli o i miei nipoti, se mai ne avrò, lo degnino di uno sguardo. Forse, i miei quaderni e i miei diari finiranno nelle mani di qualcuno che li brucerà o che semplicemente li butterà via. E perché no? Nessuno è obbligato a leggere tutto questo. Scrivo solamente perché le cose possano tornare a vivere. La mia memoria si trasforma in un grande pascolo, i giorni diventano un gregge.”


È la memoria la protagonista di In fondo al fiume Tigri dorme una canzone. La memoria e il legame che si ha con le proprie origini, con la nostra personale storia che, come ogni storia, si intreccia con le vicende delle Storia con la “S” maiuscola.

È la memoria di Gadi, quella di suo padre e della sua famiglia, ed è la memoria di un popolo quello iracheno o, meglio, quella degli ebrei iracheni; il loro subire, la loro sofferenza, la loro umiliazione.



«Il dolore non svanisce. Ma impara a celarsi dietro un sorriso».



Ma partiamo dalle prime pagine del romanzo, quando Gadi, un insegnante di origini irachene



“Né in Svizzera, dove Gadi abita da circa sedici anni, né in Israele, dove ha avuto inizio la sua carriera accademica, le colleghe e i colleghi sanno delle radici irachene di suo padre. Gadi è cresciuto con la convinzione che sia meglio tacere le proprie origini. […] aveva sempre spostato l’attenzione sulla parte austriaca della famiglia, sulla lingua tedesca di sua madre Rahel Wassermann, nata a Vienna.”



viene convocato dalla sorella in Israele, al capezzale del padre morente, un padre che lui non vede da quando era un ragazzino e con il quale non vorrebbe avere più niente a che fare.
Ma da quel padre, Gadi riceverà in eredità una borsa piena di quaderni e il desiderio che metà delle sue ceneri vengano disperse nel luogo che ha più amato in assoluto:



“Metà delle ceneri dovrà essere interrata a Gerusalemme, nella tomba di mia madre. L’altra metà dovrà essere dispersa a Bagdad, sotto il vecchio ponte sul Tigri, dove ho trascorso i momenti più belli della mia infanzia”

 

Gadi inizierà a leggere quei taccuini, da dove emergerà oltre che la storia della sua famiglia, la Storia di un capitolo doloroso per gli ebrei iracheni: il loro incontro con il nazismo, le persecuzioni, le fughe


“In questo paese è morta la pace. Milioni di vite irachene sono state distrutte dalle guerre, dalle prigionie, dal contrabbando, dalla povertà e dalla malattia. Milioni sono fuggiti nella diaspora. Il paese si è desertificato, la città distrutte, le rigogliose valli fluviali insabbiate, e tutto è precipitato nell’incertezza.”


e Gadi deciderà di esaudire il desiderio del padre, ti partire per Bagdad e lo farà con Nedim, l’amico che conosce l’arabo. Incontrerà così una Bagdad molto diversa da quella descritta e rimpianta dal padre


“Dalla fine del Diciottesimo secolo fino al 1938 Bagdad è stata una città ebraica. E non ne è rimasto più nulla, non una foto, nulla. Tutto questo oggi è passato.”


e incontrerà Sabir e Myra, gli zii di Nedim: ed è proprio dal dialogo con loro (e con alcuni personaggi che Gadi conoscerà a Bagdad) che, a mio avviso, nascono le pagine più belle del romanzo di Usama al Shahmani

«Da bambina» proseguì lei «pensavo che il dolore più grande che avrei potuto provare fosse la puntura di un ago dal dottore, la massima sofferenza andare a scuola. Pensavo che la cosa peggiore da perdere fosse un dente.»
[…]
«L’ingiustizia ha lasciato in me uno strano sentimento. A volte odio la lingua, perché non riesce a cogliere la portata di quel che noi ebrei abbiamo vissuto, qui»



Con In fondo al fiume Tigri dome una canzone l’autore ci restituisce un capitolo dimenticato della storia del suo popolo, ci parla di identità e di perdita che sia di qualcuno che sia di qualcosa come il diritto alla libertà. E ci parla di rimpianto: quello di chi se ne è andato e vive il lutto per la patria, quello di chi ha scelto di rimanere, vivendo una vita di soprusi, di paure, e rischiando anche di sparire (come è successo al nonno di Gadi)


«Guerra, dittatura, umiliazioni, queste tre cose non mi hanno mai risparmiato» dice. «Sono il triangolo nel quale si muove la mia vita».