Non saprei dire se sono i grandi della scuola materna o i piccoli della scuola primaria, ma sono piccini e camminano in fila per due tenendosi per mano, maschio con maschio, femmina con femmina, perché forse, a quell’età, l’amicizia è ancora così, ci si riconosce in chi ci assomiglia di più.
A distanze regolare le insegnanti intervallano la fila e li accompagnano verso un luogo che loro sanno e a me un poco incuriosisce sapere.
I bambini sorridono tra di loro, ma anche a noi che li guardiamo da dietro la vetrina, qualcuno, di qua e di là dal vetro, azzarda un ciao con la mano.
Sono belli, da questa parte della vetrina, qualcuno lo dice ad alta voce anche. Sono belli, dice, peccato che si guasteranno crescendo. Dice.
Io ripenso al protagonista del libro che sto leggendo, lui dice che dell’infanzia ammira la sincerità, la schiettezza. Dice che crede che i bambini dicano tutto ciò che provano. Insomma, non hanno filtri loro e io penso che, forse, è questo che il tempo guasta: il pensare alle aspettative, al giudizio degli altri.
Il perdere per strada l’ingenuità di essere davvero quello che siamo.
Qualche tempo fa, in stazione, ho incontrato un’altra comitiva di bambini. Mano nella mano, con i loro zaini sulle spalle, a coppie di due, sempre, le bambine davanti i maschi dietro. Nell’ultima coppia della fila,
un bambino con un berretto disegnato ad avocado, cantava una canzone tutta sua.
Stonava e sorrideva, infischiandosene di essere l’unico a cantare, infischiandosene di quel suo essere stonato: lui era contento e in questo modo lo stava trasmettendo agli altri. O almeno io l’ho vista così.
Ricordo di aver pensato che avrei voluto essere come lui e che, forse, tutti un poco dovremmo esserlo: veri, sinceri, incuranti del giudizio di chi ci passa accanto. In fondo belli e liberi da ogni forma di gabbia e velo.
Liberi, ecco, soprattutto liberi.

