Georges Simenon – Adelphi – traduzione Massimo Romano
“Ci tengo subito a dichiarare che non ero un uomo infelice né tanto meno triste. Anzi, a trentadue anni mi ritrovavo in anticipo su tutti i progetti che avevo concepito, su tutte le mie aspettative.
Avevo una moglie, una casa, una figlia di quattro anni, un po’ troppo nervosa, ma il dottor Wilhems diceva che col tempo il problema si sarebbe risolto.
Lavoravo in proprio e la clientela aumentava di giorno in giorno, specie, com’è ovvio, negli ultimi mesi.”
È il 1940. Marcel vive con la sua famiglia in un piccolo paesino francese, uno di quei paesini dove tutti si conoscono; ripara radio e attende l’arrivo della guerra. Marcel non ha avuto un’infanzia fortunata, è abituato agli sgambetti della sorte: l’abbandono della madre, un padre alcolista, la tubercolosi che lo ha costretto ad anni di sanatorio,
“… quando scoppiò la guerra, ebbi l’impressione che la sorte mi stesse giocando un altro tiro e non ne rimasi sorpreso, perché ero quasi sicuro che prima o poi sarebbe successo.”
La guerra ovviamente arriva, costringendo Marcel a fuggire insieme alla moglie, incinta di sette mesi, e alla figlia di quattro anni; e a questo punto nel romanzo di Simenon irrompe il treno del titolo. Treno che dividerà subito Marcel dalla sua famiglia, costringendolo a viaggiare su un carro bestiame, che diventa minicosmo, dove ogni cosa che accade pare aver senso solo lì, staccata dal resto della realtà.
“Cominciavamo a formare, nel treno ancora fermo, un piccolo mondo a parte, che rimaneva come sospeso”
E, su quel vagone pregno dell’odore del bestiame che ha trasportato fino a poco prima, Marcel incontra lo sguardo di Anna e tra i due scoppierà la passione, forse anche l’amore. Ma non dirò oltre, ovviamente.
“Non ho vergogna di dirlo, ero felice, di una felicità che stava alla felicità di ogni giorno come il suono che viene fuori passando l’archetto dal lato sbagliato del ponticello sta al suono normale di un violino. Un suono acuto, squisito, che faceva deliziosamente male”
Con Il treno, Simenon ci regala un altro dei suoi personaggi indimenticabili, un uomo senza qualità o, comunque, un uomo mite e sopraffatto dalla vita, che si trova in una situazione da “camera chiusa”, ma senza cadavere. Fuori c’è la guerra, il giorno dopo tutti potrebbero essere morti e, allora, forse tutto è concesso. Tutto potrà essere dimenticato dopo. Un uomo che non si preoccupa delle sorti della moglie e della figlia, almeno non quanto di poter perdere quegli occhiali di scorta che porta sempre nel taschino. Occhiali che diventano simbolo di attaccamento, di ancoraggio a certe sicurezze e, di conseguenza, anche il contrario di questo una volta che potrebbero essere dimenticati.
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Un romanzo duro, ma dove Simenon si concede di raccontarci la passione, tanto da farci dimenticare la guerra e di calarci nelle vicende intime e personali di Marcel. Un Marcel che si narra in prima persona, svelandoci i suoi dubbi, le sue gelosie, il suo desiderio di voler essere, per una volta, una persona che ha saputo osare.
“Forse mi esprimo in modo crudo, per goffaggine, proprio perché sono stato sempre un uomo pudico, anche nei pensieri.
Non mi ero mai ribellato al mio modo di vivere. L’avevo scelto io. Avevo realizzato con pazienza un ideale che, fino al giorno prima, e lo ripeto in tutta sincerità, mi aveva soddisfatto”
Insomma assolutamente un Simenon che entrerà nella lista dei miei Simenon preferiti.

