Il superfluo della vita

Ludwig Tieck – Carbonio editore – traduzione Paola Capriolo

“Già” disse Clara, “mi hai sacrificato tutto, come io sono stata scacciata per sempre dai miei”.
“Tanto più l’amore, per noi, deve sostituire tutto” replicò il suo sposo, “ed è proprio così: perché la nostra luna di miele, come la chiamano le persone prosaiche, si protrae ormai da più di un anno”.


In una Berlino di quasi due secoli fa, due giovani coniugi abbandonano tutto e tutti per rinchiudersi in un appartamento al secondo piano di una casa. Isolati da un mondo che non solo non frequentano più, ma non riescono nemmeno a vedere
 


“Il costruttore di questa casupola doveva essere stato di umore bizzarro, quasi incomprensibile. Infatti sotto le finestre del secondo piano, dove abitavano i nostri amici, correva un tetto di tegole sporgente e piuttosto largo, sicché risultava loro del tutto impossibile guardare giù in strada. Se in tal modo, anche quando d’estate aprivano le finestre, erano esclusi da qualsiasi rapporto con gli uomini, lo erano anche per via della casa ancora più piccola che sorgeva di fronte alla loro, poiché questa aveva appartamenti soltanto al pianterreno.”
 


Vivono cibandosi solo di pane e acqua (che una domestica di buon cuore procura loro senza pretendere nulla in cambio), di quei piccoli dettagli che la natura regala loro

 
“… contemplavano entusiasti gli effetti del sole al tramonto il cui rosso bagliore tremava sulle crepe che si erano formate nella calce o nella pietra grezza.”

 
del loro amore
 


“Li sostentava il nutrimento misero, ma consapevoli com’erano di amarsi nessuna privazione, neppure la penuria più opprimente, era in grado di turbare la loro letizia. È pur vero che per sopravvivere in simili condizioni occorreva la singolare incoscienza di quei due, capaci di dimenticare tutto ciò che andava oltre il presente e l’istante.”
 


E di lunghe conversazioni sui temi più diversi, che siano legati ai ricordi, alla filosofia, alla società, alla cultura. Non hanno più libri e si sono lasciati nella vecchia vita anche i messaggi che si sono scambiati prima di isolarsi;

posseggono solo il diario di Heinrich che lui legge a ritroso e diventa così spunto per le chiacchiere dei coniugi, ma anche fonte per noi lettori per apprendere cosa è successo prima di quel loro essere lì, soli, in quel piccolo rifugio.

Il loro isolarsi, infatti, non è stato dettato dal puro desiderio di cibarsi l’uno dell’amore dell’altra, ma dalla differenza sociale (lei nobile, lui borghese) e dal rifiuto del padre di lei di acconsentire alle nozze. Una fuga, quindi, e la necessità di rimanere nascosti.
Ma l’inverno è gelido e inclemente e, quelli che l’autore chiama “i nostri amici” ben presto si ritrovano senza legna da ardere e consapevoli che non possano scaldarsi solo con l’amore. Così Heinrich decide di iniziare a bruciare il corrimano della scala che li separa dal pianterreno, ma anche quella legna finirà…

Ludwig Tieck è stato un esponente importante del romanticismo tedesco e questa novella è quella che si potrebbe definire un piccolo gioiello, scritto con grazia e ironia, come sono le conversazioni tra questi due coniugi, che parlano regalandosi l’un l’altro un rispetto che pare porli sullo stesso livello. Un rispetto e un tono sempre garbato che non lascia spazi a nervosismi o a lagnanze, nonostante le giornate siano dettate dalle privazioni e dagli stenti. Godendo di quel poco


“Se i ghiottoni e quelli sempre satolli sapessero che buon sapore, che dolce aroma si trova anche nel boccone di pane secco, come sa apprezzarlo soltanto il povero, l’affamato, forse lo invidierebbero ed escogiterebbero mezzi artificiali per partecipare anche loro di questo piacere.”


Dimenticando, appunto, il superfluo della vita.

Ovviamente non vi racconto come va a finire questo breve romanzo o lungo racconto, ma posso dirvi che è stato proprio quel finale a farmi apprezzare di più l’opera di Tieck; e ora non mi rimane che consigliarvi di prendere un paio di ore e di leggere questa storia scritta quasi duecento anni fa e ancora capace di parlarci, di porci delle domande e di farci anche un poco sorridere.