Il silenzio è cosa viva

Chandra Livia Candiani – Einaudi

“Forse la meditazione è una forma di disadattamento riconosciuta, un’ala che ti salva all’ultimo momento, una classificazione che all’improvviso ti fa specie.
Una cosa è certa, a me ha dato il corpo. Ho scoperto di respirare. Mi ha insegnato a sentire. Mi ha fatto percepire il momento e il luogo. Mi ha insegnato ad assaporare qualsiasi cosa stessi vivendo, senza esclusione. Mi ha messo al mondo.”

Non faccio meditazione, ci ho provato parecchie volte e ci provo ogni volta che ascolto qualcuno che ne parla o che ne scrive. Mi è successo con Yoga di Carrère, mi è successo, ora, con Il silenzio è cosa viva. Ci provo, duro cinque minuti (forse meno) e poi mi arrendo, poi sento la mente dirigersi altrove, pensare al dopo, abbandonare il fluire del mio respiro. Del resto Carrère dice che 

“… le meditazione è tutto ciò che accade dentro di noi nel lasso di tempo in cui stiamo seduti, immobili, in silenzio. La noia è meditazione. Il male alle ginocchia, alla schiena, al collo è meditazione. I pensieri parassiti sono meditazione. I gorgoglii nello stomaco sono meditazione. L’impressione di perdere tempo a fare una boiata pseudo-spirituale è meditazione. La telefonata che prepari mentalmente e anche la voglia di alzarti a farla è meditazione. La resistenza che opponi a quella voglia è meditazione – cedere invece no. Tutto qui. Niente di più.”

E Candiani insegna che bisogna fare della meditazione uno stile di vita, non una semplice pratica da relegare a un momento della giornata 

“Se la meditazione non dilaga nella vita quotidiana, se non sfida quello che chiamiamo “il mio carattere”, se non comprendiamo che tutto è meditazione, entrare in casa, uscire di casa, fare le scale, mettersi, togliersi le scarpe, cucinare, parlare, mangiare, dormire, lavorare, fare l’amore, riduciamo la meditazione a una stampella, una protesi che acquieta un tantino la nostra vita che resta sempre la stessa, centrata sull’io.”

E, forse, è proprio questo quello che vorrei imparare. Questo il motivo per cui un’amica (e suo marito) mi hanno consigliato di leggere questo libro. Per vivere la vita assaporandola in un modo diverso, accettandola per quello che è: sentendola, raccogliendo ogni emozione, ogni sentimento, ogni sensazione, anche quelle brutte, anche quelle che fanno soffrire. Anche la tristezza e il dolore.
“Tutto quello che sentiamo è legittimo sentirlo, è vero e contiene grandi possibilità di recupero e di fertilità”
Dice Candiani, così come:

“Solo se sento la sofferenza, posso sentire anche la gioia e tutte le sfumature dell’essere viva. […]
Solo nella sofferenza si può sperimentare la fine della sofferenza”

Che è un poco quello che ho imparato in ore di sedute dalla psicologa: riuscire ad accettare i miei sentimenti, capire che non sono sbagliati, giustificarli e non  giudicarli. Riconoscere e scovare quella voce critica che è dentro di me, quella voce che mi punta il dito invece che accarezzarmi. Quella voce che non sa guardarmi in modo compassionevole e che mi fa scordare di quella 

“… parte di noi che ha bisogno di pronto soccorso, non di condanna.”
Candiani ci dice e ci ripete che
“Meditare non è cercare via d’uscita, ma piuttosto vie d’entrata.”

e che tutto deve partire da noi, nel senso che solo se impariamo a prenderci cura di noi stessi, a essere (appunto) compassionevoli con noi, ad accettarci per quello che siamo (con tutto il bagaglio di dolore, di mancanza e di solitudine), potremo poi estendere questo agli altri. Altrimenti ogni atto di generosità sarà artefatto. Ci dice che l’augurio del Buddha non è che tu sia felice, la felicità del resto è cosa fuggevole, effimera, ma

“Che io possa prendermi cura di me con gioia. Che tu possa prenderti cura di te con gioia”

E forse è davvero tutto qua: ricordare che dobbiamo ascoltarci. E non è poco.
(ovviamente questo è uno di quei libri da tenere sul comodino. Un libro ricco di sottolineature. Un libro dal quale partire…
E ovviamente questo libro è molto di più di quanto ho scritto io in queste righe)