Ha detto che sua moglie leggeva molto più di lui. Ha detto che quanto ripensa a lei la vede sempre con un libro in mano. Leggeva in ogni momento, ha aggiunto, anche mentre mischiava il sugo per il pranzo.
Leggeva e rileggeva, le veniva in mente il passaggio di un libro che aveva amato e andava a ripescare quel libro nella libreria, cercava a trovava quel passaggio e se lo rileggeva. Io non sono mai stato capace di rileggere ciò che ho già letto, ha detto.
Io, mi sono massaggiata le braccia con le mani, cercando di schiacciare quel brivido che mi stava accarezzando la pelle. Ho pensato Signor A non andare oltre, potrei piangere se tu lo facessi e poi sarebbe un vero casino. Lui probabilmente è arrivato al limite, sull’orlo del buio, e ha cambiato discorso.
Il Signor A quel giorno indossava un cappello colorato, fatto di toppe colorate, come quelle vecchie coperte che sferruzzano le nonne, il suo non era di lana, ma alternava un colore a un disegno diverso. Ha raccontato che non ama lo sport, nessuno sport, tranne la pallavolo, ma solo quella femminile. Mi piace la grazia di quelle ragazze che seguono la palla e festeggiano abbracciandosi, ha detto. Poi, ma forse quello è stato un altro giorno, ha fatto capire di essere un filo vanesio. Ha detto che adora gli occhiali, che ne ha di diverse forme e colori. C’è stato un periodo in cui li portavo pur non avendone bisogno, ha raccontato, con le lenti finte insomma.
Mi ha salutata come se non dovesse vedermi più, mi ha chiesto ma quando aprirai una tua libreria? Io ho risposto vedremo, per ora ci penso,
e lui ha detto Muoviti, potresti morire.
Signor A lo sai (il signor A mi ha chiesto di dargli del tu) che queste parole le avrei potute dire io? Ho pensato. In fondo forse noi un poco ci assomigliano Signor A, con la nostra solitudine, la nostra malinconia, la nostra ironia sulla morte per ammortizzarla un poco, il cinema, i libri e l’amore per gli occhiali.

