Omar di Monopoli – NN editore
“Voialtri però dovete capire bene nna cosa: qua per la legge scritta dipendiamo da Languore. Frazione di quell’accrocchio di sgorrotti figli di puttana risulta che siamo. Sempre sulla carta, però. Perché ci sta un’altra legge, non scritta, che detta le regole a Torre Languorina. E prima di qualsiasi movimento voi a parlare con chi sta benedetta legge la esercita dovete andare. Io pozz pure dire sì, ma il benestare mio, sentite un po’, quantu lu due di briscola conta…”
Anni Novanta. Alberto e Nicola, padre e figlio e funzionari della Regione, da Bari arrivano a Torre Languorina (paese immaginario) per promuovere l’installazione di un dissalatore e convincere gli abitanti della zona a cedere i loro terreni, i loro pozzi abusivi. Capiranno subito che la loro missione non sarà cosa facile, ostacolata da sguardi pieni di sospetto (o forse di paura), dall’omertà di chi “dice e non dice”
“Chi è Pà Nasi?
Alberto vide la fantasima della paura abbuiarle il volto. Questione di millisecondi. Però la vide.
Meglio se non lo conoscete, lo allertò sibillina la donna, dividendo l’aria in quattro con un breve segno della croce.”
dalla presenza dei boss locali, che hanno preso il posto dello Stato e che con l’acqua (e la sua mancanza) si sono arricchiti e continuano a farlo. Insomma con coloro che il dissalatore, di certo, non lo vedono di buon occhio.
“Beh, fece Alberto, che si crei un’offerta privata laddove quella pubblica latita è più che normale, ci mancherebbe, e pure che ci sia qualche abuso non mi sorprende mica: in fondo al Sud stiamo. Solo che quando io e Tavarese siamo venuti qui l’altra volta era estate: un caldo della madonna e migliaia di persone in costume da bagno tra i i piedi. Non ci siamo resi conti che esisteva un vero e proprio monopolio…”
Il romanzo di Omar di Monopoli è quello che lui stesso definisce un noir o un western mediterraneo, fatto di polvere e sangue, di corruzione e di violenza, della brutalità richiesta dal genere; di un Salento che si affaccia sul mare, ma è lontano dalle immagini patinate delle vacanze.
Ma ciò che fa de Il santo degli assetati un romanzo degno di nota è, soprattutto la scelta stilistica e di lingua:
un viaggio tra la scrittura decisamente alta della voce fuori campo, con termini desueti e ricercati
“Si addentrarono nella campagna svampata d’argento e ora, le calugini ondeggianti dell’alba ormai prosciugate dal sole. Via via che riprendevano quota, il verde sul costone della strada sembrava meno ispido e freddo, quasi soffice prima d’indorarsi lievemente sugli sparuti pinastri, e si venava financo di turchiniccio laddove le eriche e i ginestrini erano sopravvissuti ai grandi fuochi dell’estate. Impuntite sul filo spinato degli occasionali recinti, buste di plastica sbatacchiavano colme d’una strana malinconia nel vento tornato a presiedere il fievole pendio che dal litorale risaliva su per i campi coltivati.”
e quel dialetto pugliese che ci arriva con diverse sfumature. Perché se è appena accennato nei due protagonisti baresi, diventa non sempre comprensibile nella parlata degli abitanti di Torre Languorina. E non è necessario capire proprio tutto, l’insieme è comunque comprensibile anche a chi pugliese non è; e, comunque, l’intento dell’autore di restituirci la musicalità della lingua che incontra il dialetto è perfettamente riuscita.
E poi c’è il territorio, quel Sud dove il caldo non dà scampo, e dove ai nostri due protagonisti, nell’arco di una sola giornata, succederà un po’ di tutto. Compreso quello che potrebbe essere l’inizio di una storia d’amore (non banale)
“Non era solo la subitanea e immeritata privazione della guida del genitore in cui, senza prevederlo, entrambi si ritrovavano gemellati. Era la sete d’azione, l’irrefrenabile volontà di reagire difronte a un’ingiustizia. E la consapevolezza che ora dovevano scegliere.
E lo avrebbero fatto.
In due.”
Ma questa storia è fatta anche dai suoi personaggi “secondari” ai quali di Monopoli regala spazio e voce (modulandola sempre a seconda della provenienza) restituendoci quello che, in fondo, è un romanzo corale.
Ed è fatta di quell’acqua che disseta, ma soprattutto asseta, questa storia. Merce indispensabile e preziosa. Acqua che diventa ricerca, sete, di una vita diversa, di un mondo più giusto, forse, meno macchiato dal potere e dal denaro.

