Mauro Daltin – Ediciclo
“Forse le cose importanti hanno bisogno di una soglia superiore a cui aggrapparsi, di un’aria fine, e della precarietà delle cose che solo in un posto a duemila metri puoi vivere quando sai, con una certezza che di solito non ti è propria, che sarai lì per qualche tempo, un paio di ore, una notte al massimo e poi tornerai a valle, dove tutto continuerà come prima. È l’eccezionalità a dare profondità alle parole e ai silenzi.”
La vita, alcuni passaggi della vita di Pietro (il protagonista de Il punto alto della felicità) hanno come sfondo la montagna, ma forse dovrei dire come punto di osservazione, dato che la montagna lui la calpesta, arrampicandosi per i suoi sentieri, cercando di capirla, facendosela raccontare dai suoi compagni di viaggio, condividendola con loro. Quattro scalate, quattro momenti della sua vita, quattro montagne diverse e quattro situazioni o compagni diversi, e ognuno (come ogni vetta) pare essere lì per un motivo, per un insegnamento.
C’è lo zio “un uomo essenziale e verticale come le montagne” che alla montagna lo inizia
“… qui alzi lo sguardo e hai una montagna davanti, gli occhi sbattono e si fermano su una parete verticale. Devi salirci sopra, come noi oggi, per vedere cosa c’è dall’altra parte, altrimenti te ne devi fare una ragione, ti devi accontentare di quello che hai di fronte e sopra di te. Non voli con la fantasia perché il tuo mondo ha un contorno, sei abbracciato e a volte stretto fino a mancarti il respiro. E sei solo. […] Per questo siamo persone che usano poche parole, che se ne stanno in disparte, riservate, a volte burbere.”
L’amico che nella montagna troverà il cambiamento
“È un nostro punto alto, come dici ogni tanto tu. Ne abbiamo parlato, avevamo paura, ma poi queste decisioni o le prendi quando sei in cima all’entusiasmo o svaniscono in mezzo alle incombenze”
Il padre che non può superare una certa altitudine per non danneggiare la salute e che gli racconterà un rimpianto forse, ma anche la storia di un battaglione fantasma.
E c’è una montagna fatta di un paese abitato da una manciata di persone, un paese abbandonato da tutti, ma dove qualcuno ha anche fatto ritorno
“li vedi negli occhi quelli che se ne andranno. Li vedi quando sono ragazzini. Hanno l’inquietudine negli occhi che friggono come calamari nell’olio. Invece quelli che resteranno, negli occhi, che sono fermi e saldi, hanno la malinconia.”
E non so se il punto alto della felicità sia da ricercare tra quelle vette che Daltin ci racconta, quelle vette che, in fondo, non riescono mai a essere raggiunte dai protagonisti: ci si ferma sempre un attimo prima nel libro di Daltin, quasi come a volerci dire che la felicità sta più nel viaggio che nella meta. Sta nel sapere che c’è una cima da raggiungere, o forse solo che la felicità è un punto, un attimo, qualcosa che non può mai appartenerci completamente.
Daltin in un’intervista ha detto che la libertà del viaggio sta proprio nel permettersi di non raggiungere la meta, di non piantare una bandierina per dire qua io ci sono stato. Partire pensando a un punto d’arrivo certo, ma poi fregarsene, e concedersi il privilegio (mi pare lui lo definisca proprio così) di non arrivare alla cima.
E credo che questo sia anche un bellissimo insegnamento di vita…
Il punto alto della felicità è il sedicesimo Libro Vagabondo, la proposta di Quo Vadis di Pordenone

